La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo
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giovedì 26 febbraio 2015

La rapina di via Osoppo


In una Milano sempre più all’avanguardia, dove i lavori per la metropolitana avanzavano incuranti delle vestigia di epoche antiche, e nuovi palazzi e grattacieli spuntavano come funghi, da piazzale Lotto a viale Monza, figli di quell’idea tanto contestata che poco prima aveva permesso di inaugurare la Torre Velasca, anche la cronaca nera e lo stile delle rapine a mano armata si adeguavano piano piano al concetto di società del benessere.
Ma il vero salto di qualità, la rapina che tutti i milanesi dell’epoca vissero e seguirono leggendo le pagine dei quotidiani tirati al massimo, fu quella messa a segno contro un furgone portavalori che si trovava a passare per la via Osoppo.
E siccome la città si stava riempiendo di automobili, e la Fiat 600 segnava il trionfo dell’utilitaria, anche la “nostra rapina” ebbe luogo sfruttando il nuovo status symbol degli italiani: le quattroruote.

Il colpo

Il capolavoro delle rapine motorizzate andò in scena la mattina del 27 febbraio 1958, una mattina naturalmente fredda e naturalmente passata alla storia.
Era un giovedì, e il furgoncino "blindato" della Banca Popolare di Milano aveva appena imboccato, alle 9 e 30, la via Osoppo, proveniente da piazzale Brescia e diretto in via Rubens, ove aveva sede una Agenzia che lo attendeva per il consueto carico/scarico di valuta e titoli.
Si trattava di un giro consuetudinario, che veniva svolto trisettimanalmente. Il furgone, di vecchio tipo e dotato di quattro portiere, era partito verso le 9 dalla sede centrale di piazza Meda, e aveva già scaricato parte del suo ricco contenuto in altre agenzie cittadine. Dopo l’appuntamento con la succursale di via Rubens, la successiva tappa sarebbe stata quella di via Solari.
Il veicolo era guidato da un autista accompagnato da un commesso, entrambi dipendenti dell’istituto di credito. Sul sedile posteriore sedeva invece un agente di PS, appositamente “prestato” per questi servizi di vigilanza armata ai carichi preziosi. Sulle sue ginocchia, un mitra rassicurante.


La zona della rapina


La via Osoppo, così denominata a partire dagli anni Trenta, benché il tracciato di stampo campestre fosse alquanto precedente, era ed è tutt’oggi una via a doppia carreggiata, con uno spartitraffico centrale, che all’epoca dei fatti era sterrato a tratti erboso (mentre oggi è asfaltato).
Poco prima dell’angolo con la via Caccialepori l’agguerrita banda di rapinatori, equipaggiata con ben quattro veicoli (manco a dirlo, prelevati ad altrettanti sfortunati proprietari e tutte con targhe false) attendeva di entrare in azione, passando il tempo tra una sigaretta e l’altra e maledicendo quel pungente freddo che faceva venire le dita ghiacciate.
Uno dei rapinatori, a riprova della tranquillità e freddezza, nell’attesa dell’ora X era addirittura sceso dal suo mezzo per comperarsi, in due negozi vicini, un etto di taleggio e due panini: il giovanotto evidentemente preferiva lavorare a stomaco pieno!
La dinamica del colpo, anche se apparentemente complessa, si svolse ordinatamente e nell’arco di pochi minuti, e può essere ricostruita grazie all’articolo a sette colonne del Corriere della Sera del 28 febbraio, a firma Franco Di Bella, titolato “Il furgone blindato di una banca assalito da sette banditi armati e mascherati”.
Dunque, non appena il blindato si avvicinò all’incrocio Osoppo/Caccialepori, una Fiat 1400 color caffelatte, apparentemente impazzita, tagliò a questo bruscamente la strada, scavalcò malamente lo spartitraffico centrale e si schiantò (dopo che l’autista, abilmente, si era gettato nell’erba) contro il muro del palazzo contrassegnato dal civico numero 7. 

Gli addetti al prezioso carico ebbero comprensibilmente un attimo di smarrimento, e per pochi secondi rimasero forse fermi a guardare, cosa che del resto fece la maggior parte dei passati presenti e dei negozianti delle vie, attirati dal sordo rumore dello schianto.
Ma quando l’autista del blindato, forse spronato da un brivido di terrore o da una gomitata del compare in preda ad un ormai inutile presentimento, rimise bruscamente in moto per allontanarsi dalla zona, ecco dalla sua sinistra sopraggiungere a forte velocità, come un ariete, un camion OM Leoncino cassonato di colore grigio.

L’urto fu tale da impedire al blindato qualsiasi tentativo di manovra: in un attimo il delinquente al volante balzò a terra, e rotto con una martellata il finestrino della portiera posteriore, portò via il mitra dell’agente di Ps, rimasto tramortito dall’impatto e ferito da una scheggia di vetro. Poi si occupò dei dipendenti della banca, anch’essi scesi in preda al terrore. Furono così sopraffatti e resi all’impotenza, mentre altri criminali sopraggiungevano a dar man forte a bordo di un furgone.
All’appuntamento si presentò anche una Giulietta Sprint, il quarto veicolo di quella che al giornalista era apparsa come una sorte di battaglia navale, un assalto piratesco.




Mentre l’uomo sceso da quest’ultima vettura teneva a bada i curiosi con un mitra decisamente minaccioso, gli altri rapinatori si diedero da fare per scaricare le dieci cassette metalliche della BPM, gettandole alla rinfusa sul furgone.
E mentre gli abitanti delle case di via Osoppo dotati di telefono componevano il 777 (un uomo, addirittura, lanciò bottiglie dalla finestra di casa, sperando forse di spaventare i delinquenti) i componenti della banda erano già pronti per darsi alla fuga, qualcuno sul furgone carico di refurtiva, qualcun altro prendendo posto sulla Giulietta.
All’incrocio abbandonarono sia la Fiat fracassata sia il Leoncino usato a mo’ d’ariete, oltre ai passanti terrorizzati, ai tre addetti al carico semisvenuti e al blindato sfondato.
Nessuno aveva visto in faccia i sette uomini, tutti coperti di passamontagna e abbigliati con tute blu da operaio.
L’unico a mostrare il volto era stato il malvivente che prima del colpo aveva fatto la sua spesa di pane e formaggio: un giovanotto alto, dai capelli rosso biondastri. Da quel volto partirono le indagini.


Ai giornalisti non rimase che una considerazione: il colpo (definito dal Corsera: “la più sensazionale rapina che mai la cronaca milanese abbia registrato”, mentre La Notte in vena di paragoni sensazionalistici scriveva: “la nostra città si è messa alla pari con Chigaco”) sembrava ispirato a due recenti pellicole cinematografiche (la prima americana, la seconda inglese) girate nel 1955: “La rapina del secolo”, basata su di un fatto vero, la rapina di Boston del 17 gennaio 1950 ai danni della sede della Brink’s inc. Bank, organizzata dal malavitoso Anthony Pino, che aveva provveduto ad abbigliare i suoi uomini con tute da lavoro blu, e soprattutto “La signora omicidi” con Alec Guinness a capo di un agguerrito quintetto di rapinatori, che provvedeva ad assaltare un furgone blindato proprio speronandolo con un’altra autovettura.

La forte similitudine con “La signora omicidi” spingerà due famose e diffuse riviste, Gente e Epoca, ad uscire con un articolo corredato dai più attinenti fotogrammi del film, utilizzandoli, accompagnati da apposite didascalie, per far rivivere ai lettori il colpo di via Osoppo. E se Gente segnalava con preoccupazione l’incredibile sequenza di rapine e colpi che Milano stava ultimamente subendo, di fronte ad una Polizia sempre più inerme e impreparata (a Milano si potevano contare 40 grosse rapine impunite su 45 dal gennaio 1956 al febbraio 1958), Epoca segnalava, riprendendo una polemica che iniziava a montare tra gli ambienti benpensanti, che il cinematografo non poteva essere messo sotto accusa come troppi volevano fare, quasi fosse colpevole di “esemplificare, se non suggerire, nuovi sistemi alla delinquenza”, in quanto, giustamente, “questi accademici del crimine non hanno certo bisogno del cinematografo per imparare quello che essi stessi inventano e mettono in pratica con un aggiornamento di sistemi ed una fertilità di innovazioni superiori a quelli di qualsiasi regista”.
Tant’è che l’anno successivo, quale seguito dell’applauditissimo film “I soliti ignoti”, uscì nelle sale italiane, per la regia di Nanni LoyL’audace colpo dei soliti ignoti”, ambientato per gli esterni nelle periferie milanesi, che, in chiave tragi-comica, narra del fallimentare colpo ai danni di un furgone carico di soldi del Totocalcio organizzato col sistema del finto incidente d’auto. E Vittorio Gassman, capobanda, arrivato a Milano da Roma con la scusa di seguire la squadra del cuore in trasferta, non faceva altro che ripetere che tutto sarebbe andato liscio come l’olio perché era tutto “scientifico”.

Le indagini

Il giorno dopo il fattaccio, quando l’entità del malloppo non era ancora sicura (si parlava di cifre oscillanti tra i 30 e i 70 milioni di lire, prevalentemente in contanti, titoli e assegni prontamente incassabili) il dottor Fontana dell’Interpol sottolineava l’incredibile somiglianza con le tecniche internazionali, importate direttamente dagli USA, e per la prima volta utilizzate nella nostra città.
E poiché apparve subito chiaro che trattavasi di una banda esperta guidata da un criminale alquanto preparato e scientifico nei suoi piani, La Notte del 28 febbraio/1° marzo uscì titolando: “I gangster hanno un professore e una scuola - L’accademia della rapina - L’inaudito colpo di via Osoppo dimostra una lunga e perfetta preparazione: tutto è stato calcolato e previsto - A capo della banda deve esserci una mente e alle spalle una vasta organizzazione”.

Montò poi una spinosa polemica, avanzata dagli ambienti della Questura: l’insufficienza delle scorte ai furgoni delle banche, e il loro eccessivamente prevedibile giro centro-periferia, quasi sempre uguale e sempre negli stessi orari. Senza voler mettere in piedi quelle che vennero definite “parate spettacolari” in uso in America (autoblindo in colonna con poliziotti motociclisti), si suggerì che in futuro i furgoni blindati venissero scortati da un’auto di agenti armati.
L’ex capo dell’Interpol (tal Dosi) auspicava addirittura che il Parlamento adottasse una legge che autorizzasse a sparare a vista sui banditi intenti ad effettuare assalti armati. Ed anche le compagnie di assicurazioni, specializzate nelle polizze a tutela dei trasporti-valori, dichiararono che tutto il settore necessitava di essere attentamente rivisto (con ovvio aumento di costi di polizza!).
Il Corriere della Sera del 1° marzo uscì col titolo in quarta pagina: “50 milioni in contanti e 20 in titoli al portatore, il bottino dei gangsters che hanno assaltato il furgone delle banca”. La cifra, decisamente elevata, era dovuta anche al fatto che i banditi avevano scelto non un giorno a caso, bensì il 27 del mese, il cosiddetto giorno di “san paganino”, quando cioè venivano pagati gli stipendi.
Secondo le prime indagini, i rapinatori (ribattezzati i fantasmi in tuta blu) dopo l’azione si erano volatilizzati nella zona di Lorenteggio. Qui infatti, in un prato all’altezza del numero 209, erano state trovate quattro delle valige asportate dal blindato, mentre altre quattro erano state ripescate in un canale in via Giordani, al Giambellino. Un’altra alla cava Cabassi, in via Bisceglie 90, e l’ultima all’angolo Bisceglie/Lorenteggio (ovviamente vuote, tranne una piena di titoli “inesigibili”). Anche il furgone della rapina fu presto rinvenuto, in abbandono, sempre al Lorenteggio, purtroppo senza impronte digitali.
Nella giornata saltò fuori anche un curioso particolare: la mattina della rapina, circa un’ora prima, un venditore ambulante di Baggio aveva visto, attorno ad un’auto e un camion, un gruppo di persone indaffarate a vestirsi con tute da lavoro.
Fu inoltre accertato che un’auto era stata rubata a Bergamo qualche giorno prima, mentre il furgone della fuga asportato ad un macellaio di via Washington 80, la sera prima.
Finalmente, domenica 2 marzo, il Corriere uscì con un bel disegno (“ritratto parlato”) che avrebbe dovuto corrispondere all’identikit del rapinatore sprovveduto, quello che era entrato nei due negozi di alimentari prima del colpo (ribattezzato “l’uomo dei panini al formaggio”).
Il ritratto era banalissimo e inespressivo (tant’è che la Questura in quelle ore interrogava la bellezza di seicento persone), e la didascalia di accompagnamento diceva: “piuttosto bello, capelli rossi, viso ovale allungato, lentiggini, occhi chiari, colorito roseo, età 26-30 anni, accento settentrionale”. E il negoziante che lo aveva visto disse che gli ricordava addirittura Anthony Perkins.
A smorzare comunque facili entusiasmi ci pensava l’ispettore generale capo di PS, Vincenzo Agnesina, che alla stampa rilasciava la seguente dichiarazione: “Miracoli non se ne possono fare. (…) Molto potrà fare la collaborazione di tutti gli onesti”. E la cittadinanza poteva stare tranquilla perché come titolava La Notte, c’erano: “4000 uomini a caccia dei banditi - Non vogliamo che Milano diventi la capitale della rapina”.
Da questo momento, iniziarono a circolare varie ipotesi e var sospettati furono fermati ma poi sempre rilasciati.
Gli sforzi dei primi giorni si incentrarono su una banda francese, che l’anno precedente aveva assaltato il Credit Lyonnais, e i cui componenti si erano travestiti con tute da operaio.
Ma quando il 6 marzo i cittadini vennero a sapere che le tute usate per la rapina erano state trovate nell’Olona (interessato dai lavori di copertura e quindi prosciugato) all’altezza del numero 9 di via Roncaglia, e che le etichette delle stesse rimandavano ad una ditta tessile di Modena (“Casa della tuta Malpighi, tessuti e confezioni, via dei servi 32”), l’idea che prese sempre più piede fu quella che ci si trovava a dover fare i conti con malviventi nostrani, altro che emuli di Lupin!
Venne dunque ascoltato il titolare della ditta modenese, il quale si ricordò di aver venduto pochi giorni prima del colpo una partita di tute da operaio ad un ragazzo italiano, di cui non sapeva il nome.
Analizzando invece l’auto fracassata lasciata dai rapinatori dopo lo schianto, si arrivò ad identificare il meccanico che fece un controllo generale, una sorta di revisione, proprio due giorni prima dell’assalto.
Il 17 marzo, due importanti novità: forse non essendo chiara la loro posizione, vennero fermati per accertamenti sia l’autista che il commesso della BPM; ma dopo cinque giorni, nulla emergendo a loro carico, vennero rilasciati. Inoltre, venne ripescato nel Naviglio pavese, da operai che approfittavano della secca per pulire il fondo all’altezza del civico 87 dell’Alzaia, il mitra sottratto all’agente di scorta. Il reperto fu subito inviato alla Scientifica della caserma Garibaldi di piazza sant’Ambrogio, per i rilievi del caso.
Intanto la Questura (tra le testimonianze del meccanico, del venditore di tute, dell’ambulante di Baggio) cominciò a far circolare in tutta Italia alcuni ritratti segnaletici dei probabili colpevoli, finchè, il 29 e il 30 marzo, i giornali prima parlarono del fermo di alcuni Italo-francesi probabilmente implicati, poi titolarono “siamo ad un punto cruciale”.

Gli arresti

E finalmente, dalla prima pagina del Corriere della Sera del 1° aprile, Milano e l’Italia appresero: “Arrestati e confessi i rapinatori di Milano – Il questore annuncia il successo dell’ardua operazione contro i banditi che assalirono il furgone della Banca in via Osoppo”, con tanto di foto del questore Lo Castro e del capo della squadra Mobile, Zamparelli, che mostrano un campionario delle armi sequestrate ai delinquenti.
Il commissario capo Paolo Zamparelli poteva essere orgoglioso del risultato raggiunto, e difatti fu visto dalla stampa come l’eroe che risolse il caso. All’epoca quarantasettenne, dirigeva la squadra mobile di Milano da ben 14 anni. Alto, magro, brizzolato coi capelli impomatati, non era certo il poliziotto che i lettori di romanzi gialli si aspettavano. A lui si era affiancato nelle indagini il commissario Nardone, che aveva già partecipato alle indagini nell’efferato caso del massacro di Rina Fort, del 1947. Ebbe una brillante carriera, che terminò, volente o nolente, allo scalo di Linate col compito di contrastare i dirottamenti, ultima tappa prima della pensione, quando ormai la nuova criminalità milanese (fatta di nomi come Vallanzasca e Turatello) non faceva più per lui, abituato com’era ad un codice d’onore non scritto ma rispettato dalle “guardie” e dai “ladri”.
Il pomeriggio del giorno precedente, infatti, si era tenuta una concitata conferenza stampa, in cui le forze dell’ordine avevano comunicato di aver arrestato cinque componenti della banda, e di essere sulle tracce dei restanti due. 

Ugo Ciappina ai tempi dell'arrestoEpoca andò nelle edicole col numero del 6 aprile dedicato agli arresti e ai protagonisti dell’intera vicenda. Scriveva l’articolista: “Gli uomini che la Squadra Mobile milanese ha giudicato responsabili della clamorosa rapina di via Osoppo non abitavano in case malfamate e oscure, in una casbah di quelle care ai gusti del cinema neorealista. Vivevano tutti come normali borghesi, come tanti impiegati che al 27 di ogni mese ritirano la busta dello stipendio”. Epoca volle scandagliare le loro vite e i loro affetti, con un taglio che forse oggi sarebbe giudicato di cattivo gusto, basti pensare all’enorme foto dell’anziana e malata suocera di uno degli arrestati, avvisata sulla porta di casa dai giornalisti e dai fotografi di quanto aveva commesso il genero, ritratta sgomenta e piangente con un fazzoletto sulla bocca; la didascalia impietosa dice: “Quando si è riavuta dalla terribile emozione, nel suo volto è rimasto inciso il segno del terrore. Come una bimba disperata ripeteva Non c’entro, sono innocente. E poi ripensava alla nipotina di soli sedici mesi”.


Con le manette ai polsi si ritrovarono dunque Ugo Ciappina, trentenne, al momento dell’arresto ritenuto il capobanda e l’ideatore del piano, già facente parte della Banda dovunque, capeggiata da tal Zanotti, famosa in città per altri colpacci degni di grandi menti criminali, passata alle cronache per la rapina alla gioielleria di via Bigli. Da ragazzo, sempre il primo della classe, ricordato da un compagno lasciatosi intervistare come uno che aveva un cervello svizzero. Cresciuto nel cuore della vecchia Milano, era fedele sostenitore di un partito dell’estrema destra.
Poi Luciano De Maria, che abitava con mamma e moglie in una villetta malmessa in via Tiepolo 33, ragazzo di grandi speranze, infrante dall’intervento della polizia.
Arnaldo G., detto Jess il bandito, ventottenne figlio dei portinai dello stabile di via Washington 78; la madre aveva sempre un sorriso per tutti gli inquilini, ma dopo aver appreso la verità sul figlio “si è chiusa nel suo dolore, non parla, non risponde, è assente: i suoi occhi guardano nel vuoto. Ha due figlie sposate che vivono nell’onesta normalità. Ora sarà difficile rispondere con un sorriso al saluto degli inquilini”.
Ferdinando R. detto Nando il terrone, di 45 anni, residente con moglie e due figli (il grande, ventenne, già pizzicato per una rapina in un bar di piazza Siena) in via Preneste 4, ritenuto fuori dalla pareti domestiche un vero signore.
Arnaldo B. 30 anni residente in via Montegani 6, una casa nuova arredata con gusto, che nella rapina aveva avuto il compito di guidare il camion usato come ariete, sposato, padre di una bimba di un anno e mezzo. In attesa di finire al fresco (si diceva fosse una questione di ore o al massimo di pochi giorni) c’erano poi Enrico C. detto il droghiere, abitante in via Chinotto 40, il luogo ove la banda aveva portato la refurtiva dopo il colpo ed Eros C., ex pugile e ladro d’auto, nonché dongiovanni e sciupafemmine, conosciuto come bravo ragazzo dalle parti di Pontecaffaro, sul lago d’Indro, ove trascorreva meravigliose giornate tra le sue due passioni: la pesca e, appunto, le donne.


Il giorno dopo gli arresti, La Notte uscì titolando “Tenta il suicidio uno dei banditi - Luciano De Maria si sarebbe tagliato i polsi durante una violenta crisi”. In ogni caso, lo stesso quotidiano, tirando le somme dell’intera vicenda, affermò: “Zero ai professori della rapina - L’incubo è finito: trenta e lode alla polizia”.
La cattura era dipesa da continui pedinamenti, ma anche dall’aver rintracciato i ricettatori e i fornitori di armi ed equipaggiamenti, tra cui l’uomo che aveva fornito le tute, dopo essersele procurate a Modena.
Tra i vari retroscena, si disse che Ciappina avesse in serbo il piano fin dal 1949, ed ebbe modo di elaborarlo, naturalmente, quando era dietro le sbarre per un altro reato. Pare che avesse avuto in testa di assaltare inizialmente un camion della Brown Boveri.
Dopo il colpo i sette uomini d’oro si spartirono il bottino proprio nell’appartamento di via Chinotto, trattenendo però solo il contante in piccolo taglio e lasciando il resto, troppo pericoloso.
L’appartamento di via Chinotto fu scelto in quanto non distante dalla via Osoppo (fu raggiunto in circa tre minuti) e dotato di box ove nascondere il furgone. Inoltre, dal box era stato facile “passare” le valige nell’appartamento, situato a piano terra. Nessuno dei vicini si era accorto di nulla.
Sul come iniziarono a spendere il bottino (15 milioni a testa), poi, è sempre la penna del Corriere Franco Di Bella che ci illumina: “All’insegna delle 3 D, donne, dadi, danze”. Pare che avessero fatto una capatina anche a Cortina, scialacquando milioni sul tappeto verde.
Luciano De Maria e Arnaldo G., invece, che si ritenevano di “stoffa migliore” e soprattutto piacenti e rubacuori, avevano preferito organizzarsi un fine settimana a Cervinia, dove si presentarono con nuovissime attrezzature sciistiche, alloggiando nelle due migliori stanza del più prestigioso hotel.
I soldi intanto venivano mano a mano recuperati, nonostante i nascondigli sfruttati dai banditi fossero in taluni casi davvero geniali. Venti milioni erano stati murati dietro alle piastrelle vicino al lavandino della cucina di Arnaldo B., mentre sette furono rinvenuti nascosti sotto lo zerbino dell’entrata del palazzo di via Washington, dove erano portinai i genitori (ignari) di Arnaldo G. detto “Jess”.
Gli interrogatori estenuanti cui i cinque arrestati vennero sottoposti svelarono, come gli inquirenti avevano previsto, anche le chiavi di altri gialli cittadini: Jess e Luciano De Maria furono ritenuti colpevoli di un precedente colpo ai danni di un gioielliere, avvenuto nel giugno 1957 in via Giulio Romano.

Nonostante gli iniziali atteggiamenti da duri, tutti resero ben presto piena confessione. Solo Ciappina, che gli investigatori ritenevano essere stato il capobanda, mantenne ferma la sue versione, e che cioè tutto fu organizzato da Luciano De Maria (verità che poi emerse al processo), e che lui si era limitato ad imbracciare un mitra e a trasbordare le casse coi soldi. Curioso poi, il suo alibi. Quella mattina si era fatto accompagnare dalla moglie da un dentista dalle parti di via Osoppo, e mentre erano in sala di attesa disse alla moglie che si sarebbe assentato qualche minuto per comperare un giornale. Effettivamente si assentò pochi minuti, e tornò dalla moglie dopo aver compiuto la rapina. Né lei, né il dentista, si erano accorti di nulla, e anzi rimasero increduli di come avesse potuto partecipare alla rapina del secolo in pochi minuti, attendendo un’otturazione al molare!

Epilogo

Nell’ottobre dello stesso anno iniziò il processo a carico dell’intera banda e di alcuni fiancheggiatori. La sentenza di condanna arrivò alla una e trenta del 12 novembre. Persino la programmazione televisiva, che all’epoca terminava alle 22, prorogò la trasmissione per poter dare la notizia all’Italia intera.
Tutti furono ovviamente condannati a svariati anni di carcere, dovendosi tener conto, oltre alla rapina di via Osoppo, dei precedenti penali di ciascuno e soprattutto del fatto che alcuni di essi furono solo in quel momento ritenuti colpevoli di altri crimini cittadini fino ad allora senza colpevole. Per l’esattezza, Ugo Ciappina prese 17 anni e due mesi; Ferdinando R. 9 anni e otto mesi; Luciano De Maria 20 anni e otto mesi; Arnaldo B. 12 anni e sei mesi; Arnaldo G. 14 anni e tre mesi; Enrico C. 18 anni e quattro mesi; Eros C. 11 anni e dieci mesi. A tutti inoltre vennero comminate varie multe per centinaia di migliaia di lire. Quasi tutti i condannati ottenero pene comunque meno severe rispetto a quelle richieste dalla Pubblica accusa. Il processo d’Appello ebbe luogo tra l’8 e il 27 novembre del 1960.

Mi fa piacere infine segnalare come Luciano De Maria, dopo aver letto questo scritto nel 2007, ha voluto precisare, durante un cordiale e lungo incontro svoltosi a Casale Monferrato, dove ha vissuto la sua vecchiaia fino alla morte avvenuta qualche anno fa, che l’intera rapina, nonostante il grosso bottino in gioco, non vide spargimento di sangue né violenze sui dipendenti della banca o sul poliziotto di scorta, basandosi tutto il colpo su un piano meticoloso e decisamente geniale; nulla a che vedere con i fatti di cronaca nera odierni, infarciti di violenza e morte per furti e rapine da quattro soldi.

Fonti e bibliografia

I principali quotidiani dell’epoca, tra i quali i milanesi "Corriere della Sera", e "La Notte", annata 1958, mesi Febbraio-Aprile.
"Gente", n. 11 del 12 marzo 1958 pag. 28 e s.
"Oggi", marzo 1958
"Epoca", n. 388 del 9 marzo 1958 e n. 392 del 6 aprile 1958
Inoltre, per farsi un’idea della malavita nostrana: De Maria Luciano: Vita di un bandito, Milano, Edizioni Biografiche, con prefazione di G. Bocca.

mauro colombo
2004
ultimo aggiornamento: 2007

giovedì 19 febbraio 2015

Le O.T.A.V., le city car di Max Turkheimer




La fortuna imprenditoriale di Mosè Max Turkheimer (ebreo nato in Germania nel 1860) è legata alla città di Milano, dove era giunto giovanissimo con la propria famiglia.
Qui, attratto dalla passione per i motori, inizia nel 1891 ad importare motociclette del marchio Hildebrand & Wolfmiller.
Ben presto, nel 1902,  iniziò in via Lanzone a produrre in proprio biciclete e moto. Il successo avuto con le due ruote lo spinse a tentare una nuova avventura, di maggior respiro.

Max Turkheimer costituì così nel 1905 la società O.T.A.V., acronimo di Officine Turkheimer Automobili e Velocipedi. Trasferì la sede produttiva in via Lambro.



L'idea era quella, avveneristica, di produrre piccole vetture a due posti spinte da un semplice  ed economico motore motociclistico di circa 800 cc.
Offrire cioè sul mercato una vettura  ben diversa da quelle che si erano fino ad allora viste in circolazione, grosse, costose, adatte solo a nobili e ricchi con autista.
Lo scopo era quello di conquistare una nuova fetta di mercato: la borghesia milanese.
Nel listino fu inserito un solo modello, da 5,5 HP, che fu costruito in circa duecento esemplari. La carrozzeria era allestita dall'affermata e famosa Castagna di Milano (negli stabilimenti di via della Chiusa), che in quegli anni già collaborava con Benz e Fiat.
Le vendite andarono bene il primo anno, considerando anche il discreto numero di vetture vendute all'estero. Le O.T.A.V. riuscirono anche a dimostrare il loro valore in alcune prove sportive e di resistenza.


Tuttavia, ben presto l'offerta superò la domanda, e la crisi sopraggiunse già alla fine del secondo anno di vita. Nonostante la fusione con la Junior di Torino, la O.T.A.V. cessò l'attività nel 1909.


Sembra che avesse anche tentato, in ultimo, come dimostrerebbero alcune fotografie, di mettere in produzione un secondo modello, questa volta un'automobile di maggiori dimensioni.


Max Turkheimer tornò ad occuparsi così di motociclette e velocipedi, e la loro  produzione  continuò per molti altri anni. La ditta passò infatti al figlio e al cugino, ed ebbe fortune alterne fino alla seconda guerra mondiale.
Salvo rinvenimenti fortunosi, ad oggi pare sopravvivano due soli esemplari di vetturetta O.T.A.V., una in Italia ed una all'estero.


mauro colombo
febbraio 2015 
ultimo aggiornamento: marzo 2015 







mercoledì 11 febbraio 2015

La scomparsa chiesa di S.Maria di Loreto (via san Vittore)



via san vittore ospedale e chiesa santa maria di loreto

Lungo la via san Vittore, nel tratto compreso tra le vie Bandello e Zenale (un tempo dette delle Oche e delle Ochette) si trovavano due edifici di particolare interesse.
La zona peraltro è celebre in quanto qui si trovava la "Vigna di Leonardo",  il vasto appezzamento di terreno  che Ludovico il Moro aveva donato al genio toscano per i servigi resi alla corte Sforzesca.

via san vittore ospedale e chiesa santa maria di loreto

Innanzitutto, al n. 30 vi era la chiesa di santa Maria di Loreto, edificata nel 1636 dal varesino  Carlo Buzzi (già architetto della fabbrica del Duomo), poi ricostruita nel 1847 da Giacomo Moraglia, il famoso architetto neoclassico che a Milano lasciò numerose tracce del proprio lavoro (una per tutte: la porta Comasina e i suoi caselli).
Accanto alla chiesa si trovava il vasto Ospedale Fatebenefratelli, dall'imponente facciata caratterizzata dalla ciclopiche colonne,  eretto nel 1845 su progetto di Nicola Dordoni, grazie al lascito della marchesa Visconti Cappelli.


via san vittore ospedale e chiesa santa maria di loreto


Questo ospedale non va confuso con l'altro omonimo ospedale sempre sulla stessa via ma al n. 12, intitolato a S.Giuseppe, tutt'ora esistente (benchè l'edificio originario del 1875 sia stato verso il 1970 abbattutto per riedificare il nosocomio nelle forme attuali, secondo un progetto più pratico e funzionale).
Sia la chiesa di santa Maria di Loreto che l'attiguo Ospedale vennero abbattuti quando il nuovo piano regolatore sancì l'apertura, tra le via Bandello e Zenale, di un'ulteriore viuzza: la Morozzo della Rocca, finalizzata a meglio lottizzare i terreni che la ricca borghesia milanese stava sfuttando per le proprie nuove residenze.

via san vittore ospedale e chiesa santa maria di loreto

Le demolizioni ebbero luogo verso il 1936, tant'è che un inedito Diario manoscritto tenuto da un allievo dell'Istituto Industriale periti Edili descrive proprio la fase di erezione della casa al n. 3 di via Morozzo. Lo studente, che assisteva alle fasi di cantiere per motivi didattici relativi alla pratica professionale, scrive testualmente durante  l'anno scolastico 1936-1937: "Mentre (gli operai) stavano eseguendo gli scavi osservai che sotto il terreno stesso vi si trovavano interrati dei grossi muri, ne chiesi il motivo e mi fu risposto che su quel terreno esisteva un tempo un ospedale e precisamente in quel punto esisteva il campanile della chiesa annessa all'ospedale stesso.  Questo fu  uno degli inconvenienti avuti durante lo scavo perchè si dovette perdere del tempo per demolirli tutti  a colpi di mazza e di piccone". Il tutto naturalmente senza alcun rimpianto: quando si dice il piccone demolitore!
Al n. 5 della via Morozzo, nel 1939, Pietro Portaluppi ideò uno dei suoi celebri palazzi, caratterizzato, questo, dallo zoccolo di facciata in lastre di metallo.


mauro colombo
febbraio 2015



giovedì 5 febbraio 2015

Le Filatures de Schappe




Nel comune di Rozzano, la terza conca del Naviglio pavese e il suo salto d'acqua (in grado di produrre energia elettrica), permisero nel 1898 alla  Société Anonyme de Filatures de Schappe di Lione di erigere lo stabilimento per le fasi di pettinatura e cardatura delle fibre tessili.
Il semilavorato ottenuto veniva poi inviato ad altre filiali del gruppo per completare il ciclo produttivo.
Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale,  le Filature di Rozzano furono una delle realtà industriali più importanti di tutta l’area sud di Milano.


Il conflitto purtroppo interruppe bruscamente le attività: essendo di proprietà francese, lo stabilmento venne infatti requisito dal governo italiano, e l'attività di fatto si interruppe per mancanza di materie prime. Successivamente, fu requisito dai tedeschi, e solo dopo la Liberazione tornò in mani francesi.
Ma a causa dei danni subiti, e soprattutto per la nuova concorrenza del nylon, nel 1953 la fabbrica chiuse definitivamente.
Seguirà anche una causa per il risarcimento dei danni subiti  avanzata dai francesi contro l'Italia, senza che ciò potesse comunque portare alla riapertura dell'impianto, che da allora cadde nel più totale abbandono.
Oggi, la parte più suggestiva e interessante è il complesso di chiuse realizzate sul naviglio, quelle che permettevano di sfruttare la caduta d'acqua per ottenere energia dalle turbine.


Anche la seconda conca sul naviglio pavese, la famosa Conca Fallata in via della Chiesa Rossa, permetteva il funzionamento di un'industria, la Cartiera Binda (approfondisci qui).


Testo e foto: mauro colombo
aprile 2014
maurocolombomilano@virgilio.it