La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

venerdì 28 novembre 2014

Rina Fort, la belva di via san Gregorio

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Il 1946 stava ormai volgendo al termine e si avvicinava il Natale, il secondo del faticoso dopoguerra italiano. Milano era in piena ricostruzione, un po’ alla volta gli sfollati rientravano in città e nuove abitazioni sorgevano per dare un tetto a chi, solo pochi anni prima, aveva perso tutto.
La città era ancora insanguinata da omicidi politici, e la malavita, equipaggiata con armi di facile reperibilità, spesso riempiva le cronache dei giornali. I soldi per la ricostruzione arrivavano un po' alla volta, i prezzi dei generi alimentari erano ancora alti, e il Consiglio comunale aveva appena deliberato l'aumento del biglietto del tram a 7 lire.
Ma notizie positive rincuoravano i milanesi: la Scala era stata restaurata e riaperta, ed Enrico De Nicola aveva inaugurato la Nuova Fiera Campionaria. Le elezioni amministrative erano state vinte dai Socialisti, e sindaco era stato confermato Antonio Greppi.

La strage

rina fort san gregorio milano belvaIn questo contesto di transizione e irrequietezza, il 30 novembre 1946, l’ultimo sabato prima dell’avvento natalizio, poco dopo le otto di una mattinata fredda e umida, Pina Comaschini,  commessa del negozio di stoffe e cascami di proprietà di tale Giuseppe Ricciardi, bussava invano alla porta dell’abitazione di quest’ultimo, in via San Gregorio al numero 40.
Lo scopo della sua visita era quello di farsi consegnare dalla moglie del titolare,  da alcuni giorni fuori Milano per affari, le chiavi del negozio, per poter aprire come tutte le mattine.
Non ottenendo risposta, si permise di spingere la porta socchiusa, e chiamando a gran voce la signora, si introdusse rispettosa nell’appartamento avvolto dalla penombra.
La commessa ci mise poco a vedere in terra, in una pozza di sangue, uno dei figlioletti del Ricciardi, e poco distante, riversa sul pavimento in senso contrario a quello del piccolo, la signora Ricciardi, Franca Pappalardo. Catapultata in un film dell’orrore, la poveretta corse in cortile e poi in strada cercando aiuto a gran voce.
Arrivarono prima i giornalisti e i fotografi che la polizia. I giornali del pomeriggio poterono così uscire con articoli a quattro colonne e fotografie dei cadaveri.
Un fotografo, in particolare, riuscì ad entrare nell'appartamento e a scattare le foto dei cadaveri: Gian Battista Colombo ("Giancolombo"). Il giorno dopo il Corriere Lombardo andò in edicola con le foto dei poveri bambini massacrati.
Queste foto possono ormai essere trovate con facilità su internet; qui ho deciso di non pubblicarle perchè nulla aggiungono alla storia.
Accorsi gli uomini della questura, dopo aver isolato dapprima lo stabile e poi l’intera via, si trovarono nell’appartamento altri due piccoli cadaveri: gli altri figli del Ricciardi.
In totale, l’assassino o gli assassini avevano brutalmente ucciso, quasi sicuramente con una spranga in ferro dagli spigoli accentuati, la moglie del Ricciardi, Giovannino di 7 anni, Giuseppina di 5 e Antoniuccio da poco svezzato.
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Il Nuovo Corriere della Sera del 1° dicembre 1946, a pagina due, titolò in grassetto: “Massacrati in via San Gregorio una madre coi tre figliuoletti”. Dall’articolo si apprende che la scoperta venne fatta, come detto, dalla Somaschini, impiegata presso il negozio del marito della vittima. Il cronista riporta un inquietante indizio: oltre ad essere spariti due assegni, sul pavimento era stata trovata una fotografia stracciata dei coniugi Ricciardi immortalati il giorno della nozze. Subito venne avanzata l’ipotesi di un delitto a scopo passionale.


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Le indagini

rina fort san gregorio milano belvaIl fatto si era svolto la sera precedente, con buona approssimazione un’ora dopo la cena. Le vittime infatti giacevano in pozze di sangue, materia cerebrale e tracce di vomito, segno di un’iniziata digestione. Il portiere dello stabile dichiarò che quella sera aveva chiuso il cancello alle ore 21 in punto (come previsto dal sindacato dei portieri), ma che tuttavia la serratura mancava da alcuni giorni per riparazioni. Chiunque poteva, in poche parole, entrare nel cortile indisturbato.
Il verbale del primo sopralluogo della Polizia descrive un piccolo appartamento: “con sala da pranzo di circa 3 metri x 3 e mezzo, con divano con due cuscini e una penna stilografica appoggiata; letto matrimoniale in stato di non uso per la notte precedente; al muro immagine di Santa Rosalia, e statuetta della Madonna con lampadina”.
Il contesto dell’efferato omicidio era quello di una famiglia certamente non ricca, che si guadagnava da vivere con un’attività commerciale sempre sull’orlo della crisi.
Gli inquirenti avevano in mano pochi elementi, ma di una cosa erano certi: l’assassino era un conoscente della vittima, dato che questa gli aveva aperto la porta di casa e gli aveva pure offerto un liquore. Anzi, gli assassini dovevano essere due, visto che i bicchierini sporchi erano tre. L’efferatezza del delitto convinse il magistrato che non poteva trattarsi di una semplice rapina: innanzitutto perchè nel quartiere tutti conoscevano i Ricciardi che certo non apparivano dei signori, ma soprattutto perchè qualunque rapinatore, anche se sorpreso durante la sua incursione, avrebbe quantomeno risparmiato il più piccolo dei figli, che mai avrebbe potuto testimoniare data la tenera età. L’uccisione di tutti e quattro gli occupanti dell’appartamento doveva essere una punizione, una vendetta contro il Ricciardi.
Un fatto importantissimo fu però giudicato questo: la donna, prima di essere ammazzata, aveva strenuamente lottato contro chi le voleva togliere la vita, e stretta nel pugno chiuso, irrigiditosi dopo la morte, fu trovata una ciocca di capelli lunghi, neri, sicuramente femminili.

I protagonisti

rina fort san gregorio ricciardiCome detto, Giuseppe Ricciardi non aveva potuto fare nulla per difendere la famiglia. Infatti era da qualche giorno fuori città: si trovava a Prato, dove stava concludendo alcuni acquisti di stoffe per rifornire il proprio negozio di teleria e tessuti, in via Tenca, dietro all'angolo.
Le indagine iniziarono proprio da lui, per sapere esattamente chi fosse questo individuo.
Il Ricciardi, dunque, aveva aperto l’attività durante la guerra, dopo essere scappato dalla sua Catania occupata dagli Americani. Si era piazzato nella via San Gregorio, una delle vie popolari sorte con l’abbattimento del Lazzaretto. Il quartiere era costellato da piccole attività e botteghe, quasi tutte di immigrati provenienti dal Sud Italia.
rina fort san gregorio milano belvaInizialmente era salito al Nord da solo, poi, sistematosi, si era fatto raggiungere dalla moglie. Ma, forse per problemi economici, o forse perché la moglie non era riuscita ad adattarsi al clima di Milano, l’aveva ben presto rispedita a Catania.
Le voci del quartiere dicevano che lui, il catanese, senza la moglie appariva più allegro e sempre circondato da donnine più o meno rispettabili. Aveva addirittura intrecciato una storia sentimentale con una sua commessa. Ma la moglie, avvertita da compaesani anche loro emigrati a Milano (le avevano scritto di venire a tenere sotto controllo l’ardore dell’amato sposo, di spirito troppo focoso), aveva preso armi bagagli e  figli, ed era tornata nell’appartamento di via San Gregorio. Il Ricciardi era stato così costretto a interrompere bruscamente la sua relazione extraconiugale con la commessa, e aveva pensato bene anche di licenziarla, per tacitare ogni possibile futuro sospetto della signora Franca.
Poi tutto era tornato alla normalità: la coppia aveva avuto un altro figlio, ed anzi adesso ne aspettava un quarto. Era stata assunta una nuova commessa e il negozio andava avanti come prima, con più bassi che alti.
Grazie alle voci raccolte tra i negozianti e i vicini di casa, le indagini prendevano dunque un’ulteriore svolta: bisognava rintracciare e ascoltare questa ex commessa ed ex amante.
Il suo nome era Caterina Fort, per tutti Rina.
La Polizia la cercò subito a casa, in via Mauro Macchi civico 89, poi presso il suo nuovo impiego, una pasticceria di via Settala 43. Fu arrestata proprio mentre faceva colazione in un bar di fronte al negozio, caricata su una jeep della Celere e condotta in gran fretta presso gli uffici della Questura.
L’interrogatorio vero e proprio cominciò il pomeriggio del 30 novembre, a neanche 24 ore dall’omicidio.
Ammise subito di aver lavorato in passato per Pippo Riccirdi, ma che oramai non lo frequentava più e non sapeva neppure dove si trovasse.
Dell’omicidio, ovviamente, era del tutto all’oscuro. In ogni caso la condussero il 2 dicembre sulla scena del delitto, poi, davanti alla sua indifferenza, fu riportata in Questura, dove iniziò un lunghissimo e pesantissimo interrogatorio. Raccontò solo, inizialmente, di essere stata l’amante del Ricciardi, quando questi era solo a Milano. Avevano anche convissuto, a partire dal settembre 1945. Poi salita la moglie, tutto era terminato.
Ma chi era Caterina Fort? Era nata nel 1915 a Budoia, in provincia di Udine, si era poi trasferita a Milano per lavorare, prima come domestica, poi come commessa di negozi. Risultava sposata con un certo De Benedetti, ma questi era da tempo ricoverato in un manicomio. Era sifilitica e psicopatica, e quella col Ricciardi non era stata la prima relazione che intratteneva con uomini sposati.

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I riscontri

L’interrogatorio fu condotto dal commissario dott. Di Serafino, e durò diciassette ore filate. Secondo quanto la Fort raccontò poi al suo avvocato difensore, mentre le venivano poste le domande un agente continuava a schiaffeggiarla, mentre un altro spesso la sferzava a manganellate.
Alla fine, stremata ed affamata, umiliata e minacciata (“Ti facciamo fucilare”), si decise a confessare il suo orribile gesto. Ma fu una confessione parziale, dove il suo ruolo si riduceva a complice, con l’incarico marginale di accompagnare l’assassino fino alla casa della vittima, e di convincere la signora Franca ad aprire la porta. Il killer, secondo il suo racconto, era un non meglio precisato cugino del Ricciardi. Tutto il piano del resto era stato organizzato dal Ricciardi, per liberarsi della moglie o comunque per spaventarla e farla tornare in Sicilia. Ed anche, o forse soprattutto, per far credere a certi creditori che era stato rapinato di tutto quello che aveva, e di non poterli pagare per colpa di un destino infame.
Nel frattempo anche Pippo Ricciardi venne arrestato e trattenuto, e la sua posizione (compreso il viaggio a Prato) attentamente vagliata.
Gli inquirenti però non credevano ad una sola parola della donna, convinti che avesse fatto tutto da sola. Così il Nuovo Corriere della Sera del 4 dicembre: “Caterina Fort agì da sola ma tergiversa e si contraddice”.
La vera svolta la si ebbe il giorno dopo. I milanesi appresero la notizia leggendo i giornali. Il solito Nuovo corriere della sera del 5 dicembre titolò a caratteri cubitali: “Li ho ammazzati tutti io! – Caterina Fort ha firmato il verbale di confessione”.
Il quotidiano scriveva: “La Questura comunica: Le indagini relative al delitto di via San Gregorio hanno finora accertato in modo irrefutabile la responsabilità della Rina Fort, a cui carico, oltre alle ripetute e dettagliate, seppur finora non complete confessioni, stanno risultanze di fatti inconfutabili. Tali indagini proseguono per l’accertamento di altre responsabilità, finora non sufficientemente chiarite”. Secondo l’articolista ...”Sì, li ho ammazzati tutti io! – Ha gridato finalmente la belva, dopo oltre 100 ore di interrogatori e confronti. ... Le sue deposizioni sono state messe a verbale, e dopo alcuni minuti di esitazione, ha firmato......Ma non ha ritrattato i particolari in precedenza forniti per far credere alla presenza di un uomo e poi di un secondo, sopraggiunto all’ultimo momento”.
La versione della Fort coinvolgeva sicuramente un complice, di cui però lei non conosceva esattamente le generalità. Insisteva nel dire che quella maledetta sera si era recata nell’appartamento della strage assieme ad un parente (o forse solo amico) di Pippo Ricciardi, un siciliano di nome Carmelo. Ma l’architetto di tutto era proprio il Ricciardi.
Secondo la sua deposizione, gli affari al negozio andavano parecchio male, e i creditori non intendevano più aspettare. Allora il Ricciardi aveva convinto lei e un certo Carmelo ad andare nell’appartamento per inscenare una rapina, e lui, nel frattempo, si sarebbe tenuto per un po’ lontano da Milano, giusto per crearsi un alibi, con la scusa di certi affari urgenti.
Ma evidentemente le cose erano andate diversamente, forse la situazione era sfuggita di mano ai due rapinatori improvvisati, e davanti alle urla delle vittime e alla loro violenta reazione, i due avevano esagerato con i colpi, finendo con l’ammazzare l’intera famiglia.
Naturalmente, messo davanti alla storia imbastita dalla sua ex amante, Pippo negò tutto decisamente. Quella era una pazza isterica, aveva avuto tantissimi problemi anche psicologici prima che lui la incontrasse. Era stata seviziata dal primo marito, era venuta in città per fare la cameriera ma era stata oggetto di ricatti sessuali dal suo datore di lavoro. Secondo il Ricciardi, la Fort non aveva sopportato di essere stata scaricata anche da lui (che le era apparso come l’ultima salvezza), e si era voluta tremendamente vendicare sulla moglie e i figli.
Nel frattempo, la Polizia iniziò anche ad indagare nel quartiere e nelle amicizie di Pippo Ricciardi, per scoprire chi mai fosse il “famoso” Carmelo, che la Fort non conosceva se non di vista e di cui, comunque, non sapeva dare esatte generalità.
Ne vennero scovati cinque di Carmelo, amici o parenti del vedovo. Ma solo uno, alla fine, fu identificato come il complice della Fort: Carmelo Zappulla, all’anagrafe Giuseppe.
E così, al termine delle indagini condotte dalla Questura di Milano, a  San Vittore entrarono la Fort e Carmelo Zappulla, quali esecutori materiali, e Pippo Ricciardi, quale mandante del delitto.
rina fort san gregorio milano belvaIl giorno 10 dicembre il magistrato autorizzò finalmente i funerali delle quattro vittime, che si svolsero il 14 dicembre alle due del pomeriggio, nella chiesa di San Gioachino. Alle esequie parteciparono alcune autorità e anche il Sindaco. Successivamente alla funzione, le bare furono trasportate alla Stazione Centrale e caricate su un treno diretto a Catania, dove vennero infine inumate.
Il giorno 15 il Nuovo Corriere della Sera pubblicò l’ultimo articolo sulla vicenda, riportando la cronaca del funerale.
Dovette passare un anno e mezzo, prima che Zappulla e Ricciardi venissero scarcerati perchè totalmente estranei al delitto di via San Gregorio. L’unica assassina che veniva rinviata a giudizio era, dopo l’espletamento delle dovute indagini, Caterina Fort.


Il Processo

rina fort san gregorio marsicoLa mattina del 10 gennaio 1950 davanti alla corte d’Assise di Milano ebbe inizio il processo contro Caternia Fort, accusata di strage. Suo difensore era l’avvocato Antonio Marsico, che dall’esperienza pre-processuale trasse un interessante libretto (oggi di non facile reperibilità) che ebbe una certa fortuna, negli ambienti giudiziari, sulla fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta.
Preliminarmente fu affrontato il problema se accettare o meno la costituzione parte civile del Ricciardi, che voleva ottenere il risarcimento per la perdita dei suoi tre figli. Dal momento che l’istruttoria lo aveva scagionato, lo aveva cioè ritenuto estraneo a quel disegno criminoso sul quale puntava la difesa della Fort, fu accettata la sua costituzione, pur tra le proteste dell’avvocato della Fort e del pubblico assiepato dentro e fuori il Palazzo di Giustizia, che riteneva quell’uomo comunque spregevole e indegno padre di famiglia.
La prima domanda che venne rivolta a Caterina Fort fu se avesse o meno commesso i fatti di cui era imputata. Questa iniziò a raccontare ai giudici la storia di via San Gregorio: quella maledetta sera, la sera del 29 novembre, dopo aver preso accordi con Pippo per inscenare la rapina, era uscita, assieme ad una amica, dal pasticceria dove aveva trovato lavoro come commessa intorno alle 18 e 30. Rincasando, era stata affiancata dal fantomatico Carmelo in via Felice Casati, e da quello aveva accettato una sigaretta.
La Fort attribuiva a quella strana sigaretta (da lei definita “drogata”) il senso di stordimento che la avvolse, tanto violento da seguire imbambolata Carmelo, che la condusse, naturalmente, in via San Gregorio 40, dove erano accadute cose terribili, delle quali però lei non aveva memoria, se non fotogrammi sparpagliati e sconnessi.
Ricordava solo di aver colpito con tutte le sue forze la signora Franca, poi solo rumori e colpi dappertutto. Le pareva che nelle stanze vi fosse un altro uomo, forse un amico di Carmelo, ma non sapeva neppure descrivere questo presunto complice.
Era certa solo che ad un tratto si era ritrovata a terra semisvenuta, e che poi Carmelo l’aveva rianimata porgendole un bicchiere.
Poi se ne erano andati giù per le scale, lei si era nascosta per qualche tempo nella cantina dello stabile, ed infine, da sola, si era diretta alla propria abitazione. Lì, aveva avuto persino voglia di cenare, cucinando due uova al tegamino.
Subito il Presidente le contestò le discrepanze tra il racconto fatto in aula, e la deposizione che all’epoca aveva rilasciato presso gli uffici della Questura. Lei attribuì il fatto all’essere stata maltrattata dalla Polizia, di aver confessato dopo un interrogatorio durato quasi venti ore, in condizioni disumane e senza poter tenere testa ai violenti polizziotti.
Il difensore della Fort cercò di fare del suo meglio durante tutto il processo. Si tenga tuttavia presente che all’epoca dei fatti la partecipazione dell’avvocato durante le indagini preliminari era praticamente azzerata. Sotto la vigenza dell’art. 124 del codice di procedura penale (promulgato e pensato in epoca mussoliniana) l’istruttoria era infatti segreta, e ciò significava per l’avvocato difensore non poter assistere all’interrogatorio del sospettato, e neppure ad eventuali perizie, ricognizioni, confronti.
In ogni modo, pur conscio delle difficoltà, l’avvocato Marsico puntava a dimostrare che la Fort non era stata sola in quelle stanze maledette. Voleva provare che altri era quella sera con lei, forse proprio un complice affiancatole dal Ricciardi, secondo i suoi piani criminosi. E per fare ciò mise in luce un fatto fino ad allora abilmente ignorato dall’accusa. Durante il sopralluogo nei locali di San Gregorio, era stata rinvenuta una penna stilografica, che si era appurato non appartenere nè alla signora Pappalardo, nè al marito Ricciardi, nè, ovviamente, alla Fort. Quindi doveva essere di qualcuno che quella sera si era introdotto nell’appartamento assieme alla Fort, e che nel parapiglia l’aveva senz’altro smarrita.
Ma l’accusa sostenne che quella penna poteva benissimo essere caduta ad uno dei tanti (troppi) giornalisti e curiosi che si precipitarono nel locale la mattina dopo, prima che le forze dell’ordine potessero isolare e preservare la scena del delitto.
Altri testi furono ascoltati, per meglio chiarire il quadro della vicenda, ma non emersero nuovi o interessanti risvolti. Venne ascoltato il signor Vitali, che era stato il primo datore di lavoro della Fort, prima che questa finisse nelle braccia del Ricciardi. Si riuscì solo ad appurare che era stata anche la sua amante, il che non l’aiutò certo ad apparire sotto una luce migliore davanti ai giudici popolari.
Anche un conoscente della Fort, che lei sosteneva di aver incontrato la sera che andava a braccetto col Carmelo a compiere la mattanza, disse di averla sì incontrata, ma da sola, senza galanti accompagnatori. Si cercò poi di dimostrare che quest’ultima testimonianza, resa peraltro da un ragazzo all’epoca dei fatti minorenne, era stata forse “pilotata” dal padre, che non voleva rogne con la legge.
Insomma, nessuno pareva credere all’esistenza di complice: la Fort era veramente sola quella sera? Per la giustizia italiana la risposta era sì!
Ad avvalorare questa tesi, intervenne l’avvocato della vedova di quel Carmelo Zappulla, che, seppur innocente, era stato per mesi a San Vittore, e poi era morto poco dopo la scarcerazione.
Il difensore volle ripercorrerne il calvario, a partire dalla sera in cui, era la vigilia del Natale, venne portato in questura proprio a causa del suo nome, Carmelo, lo stesso che la Fort aveva attribuito al complice della sera del delitto.
Il grottesco della storia fu che Carmelo, messo in una stanza con altri personaggi (tra cui due poliziotti in borghese), non venne neppure riconosciuto dalla Fort come il suo complice: alla richiesta di indicare tra i presenti il complice Carmelo, lei additò con convinzione niente meno che uno dei poliziotti!
Poi però, portata in carcere e “informata” dalle voci delle compagne che il riconoscimento era andato male, chiese di poter ritrattare e ritentare (manco fosse una lotteria) il confronto all’americana. Questa volta indicò il Carmelo giusto, lo Zappulla appunto, che per quello scherzetto si era fatto 18 mesi di galera, prima di essere scarcerato con tante scuse.
La perizia psichiatrica svolta sulla Fort ad opera del professor Saporito aveva tolto di mezzo ogni dubbio: era sana di mente, e di una intelligenza superiore alla media. E dalle risultanze dell’istruttoria, era sola quella sera.
La difesa tuttavia voleva allora una risposta: di chi era il mazzo di chiavi e la penna stilografica rinvenuti nell’appartamento? Per forza dovevano essere di un complice, visto che non erano di Caterina Fort, nè del Ricciardi.
Tuttavia non vi fu mai data una risposta alla domanda.
La sentenza emessa dalla corte d’assise di Milano fu infatti la seguente: Canterina Fort era colpevole di omicidio volontario nei confronti della signora Franca e dei piccoli Giovanni, Giuseppina, Antonio, e di simulazione di reato per quanto riguardava la rapina e di calunnia a danno di Giuseppe “Carmelo” Zappulla. La condanna fu l’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e interdizione legale. In separato giudizio civile sarebbero poi state valutate le spese per i risarcimento danni.
La condannata rimase poco a San Vittore: presto fu trasferita nel carcere di Perugia.
Nel 1951 il processo venne nuovamente celebrato, dopo apposito ricorso per Cassazione, davanti alla Corte d’Assise di Bologna.
Si riproposero la audizioni di testimoni a favore della Fort, e si riavanzò l’accusa che la confessione della Fort, quella avvenuta in questura, fu il frutto di un interrogatorio disumano, lunghissimo, senza rispetto per la sua dignità; una situazione, insomma, che avrebbe spinto chiunque a confessare cose non commesse.
L’unico testimone che forse avrebbe potuto scagionare la “belva” era quel ragazzo che l’aveva incontrata la sera dell’omicidio, il Terzaghi. Ma ancora una volta confermò, pur tra molti “non ricordo, è passato troppo tempo”, che la Fort era sola, e che a lui, per quel che gli era parso, nessun uomo le camminava a fianco. Inutili furono le grida della Fort: “Ero accompagnata!!! E tu lo sai!”. Il teste fu invitato ad accomodarsi.
Fu ascoltato di nuovo il Ricciardi, ma la sua versione non si scostò da quella già sentita a Milano. Mai aveva mandato la Fort ad ammazzarle moglie e figli, e lui in quei giorni a Prato c’era andato per affari, non per un alibi o cose del genere.
Insomma, il processo di Bologna era semplicemente un “dejà vu”. L’unica scossa fu data dalla lamentela avanzata alla Camera dei Deputati dal Calamandrei, a causa dell’interrogatorio svoltosi in Questura. Ne seguì anche un’inchiesta e la solita polemica politica.
Il 9 aprile 1952 fu letta la condanna: ergastolo.
Caterina tornò nella casa di reclusione di Perugia, dalla quale scrisse molte lettere al suo avvocato. Tra le tante frasi, forse la più inquietante fu: “Non è la quantità della pena che mi spaventa. C’è una parte del delitto che non ho commesso e non voglio”.
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Epilogo

Il ricorso in Cassazione venne preso in esame il 25 novembre 1953. Purtroppo per la Fort, non vi fu alcun colpo di scena, e l’ergastolo, ancora una volta, venne confermato.
Rimase a Perugia fino al 1960, poi per motivi di salute, venne mandata a Trani, dal clima più mite.
Poi un’altro cambio di cella, questa volta a Firenze.
Il 12 febbraio 1975 (dopo quasi trent’anni di carcere) ottenne la Grazia per buona condotta dal Presidente della Repubblica.
Pochi mesi prima era morto Pippo Ricciardi.
Caterina Fort morì a Firenze, d’infarto, nel 1988. Trovò sepoltura in un cimitero toscano.
La sua ostinata ed ultima versione fu sempre quella di aver agito sotto la spinta materiale e morale di un complice del Ricciardi: Carmelo.
Ma quel Carmelo, per la storia e la giustizia italiana, non era mai esistito.

Bibliografia

Buzzati, D., Cronache nere, a cura di O. Del Buono, 1989;
rina fort san gregorio de matteo
Cecchini L., Dieci grandi processi di amore e morte, 1965;
De Matteo G., Contro Caterina Fort-testo stenografico della requisitoria, 1950;
Del Buono O., Boatti G., Rina Fort: due uova dopo la strage, 1989;
Fasanotti P.M., Gandus V., Mambo italiano, 2000;
Marsico A., Il delitto di Rina Fort, gli insegnamenti del suo processo, 1949;

Si leggano inoltre, per un buon resoconto della cronaca di quei concitati giorni, le seconde pagine del “Nuovo Corriere della Sera”, dal 1° dicembre al 14 dicembre 1946.

mauro colombo
 gennaio 2004 
ultimo aggiornamento: novembre 2014

martedì 25 novembre 2014

De Cristoforis e Jan, i padri del Museo di storia naturale



 Fu Napoleone, nel 1808, a volere per Milano, capitale del "suo" regno d'Italia, un prestigioso  Museo di Storia Naturale.
Agli architetti in voga al momento fu chiesto così di progettare un valido complesso da allestire in uno spazio libero che correva lungo il fosso del Lazzaretto  fino alla Martesana. Vinse l'idea del Cagnola, ma come per tanti altri progetti napoleonici, anche questo rimase sulla carta quando l'imperatore vide la fortuna voltargli la spalle.

Le collezioni già acquisite furono imballate dagli austriaci e collocate in un magazzino a Santa Teresa.
Un paio di decenni dopo, arrivò finalmente la spinta per la nascita di un vero polo per lo studio e la raccolta delle scienze naturali:  Giuseppe De Cristoforis, valente collezionista e appassionato di "naturalia", moriva nel 1837 (era nato a Milano nel 1803).


Dopo alcune trattative tra il Comune e un gruppo di appassionati naturalisti, fu stabilito di creare con la collezione De Cristoforis, unita a quelle di un altro valente studioso di origne austriaca, Giorgio Jan (1791-1866), il "Civico Museo di Storia Naturale",  che venne inaugurato il 7 maggio 1838 (il primo in Italia), con direttore lo stesso Jan,  nella casa del De Cristoforis in contrada del Durino n. 428 (oggi, via Durini 27). 



Nel 1844 entrambe le collezioni vennero trasferite in una sede più ampia e adeguata: l'ex convento di Santa Marta nella contrada di S. Maddalena al Cerchio (via Circo) (dove erano state custodite le sculture del mai terminato monumento a Gaston de Foix del Bambaia, leggi qui).
In seguito, nell'ambito dei lavori di sistemazione dei Giardini pubblici da parte del Balzaretto fu ristrutturato anche Palazzo Dugnani in modo da poter ospitare il polo museale.
Alla morte di Giorgio Jan avvenuta nel 1866, la direzione del museo toccò al suo più valido collaboratore, Emilio Coralia, che fece ulteriormente crescere la fama dell'istituto grazie ai suoi studi e all'aumento delle collezioni, fama che toccò l'apice sedici anni dopo, nel 1882 quando gli succedette alla direzione l'abate  Antonio Stoppani (1824-1891: biografia).
Questi, dopo aver insegnato inizialmente  all'Istituto Tecnico Superiore di Milano (in piazza Cavour, che sarà poi il Politecnico), venne nominato direttore del Museo grazie alla celebrità raggiunta con il libro "Il bel paese".



L'aumento dell'interesse per le scienze naturali, e soprattutto i nuovi e cospicui lasciti da parte di privati (denaro ed anche intere collezioni), spinsero la municipalità a deliberare la costruzione di un nuovo edificio con depositi, biblioteca, laboratori e sale di esposizione. Venne incaricato del progetto l'ing. Giovanni Ceruti: ne uscì la costruzione attuale, un misto di stili romanico, gotico e bizantino. Il nuovo museo, solo parzialmente edificato, venne inaugurato nel 1892 mentre si dovette attendere il 1907 per vedere l'opera terminata. 



mauro colombo
novembre 2014


giovedì 13 novembre 2014

Candoglia: il marmo per il Duomo




Sulle motivazioni che spinsero i milanesi a recarsi a cento chilometri di distanza da Milano, in val d’Ossola, per cercare il materiale che sarebbe servito loro, la più immediata è che quelle zone erano, fin dall’epoca romana, famose per essere ricche di marmi di gran livello qualitativo. Ma se i romani avevano dovuto, per le difficoltà di trasporto, limitarne lo sfruttamento, quando iniziò a prender forma il progetto per la nuova cattedrale milanese il Naviglio Grande era già navigabile e permetteva di far arrivare a Milano, via acqua, tutto quello che l’alto Verbano poteva offrire.
Così, quando l’arcivescovo Antonio da Saluzzo infervorò i cittadini alla impresa del Duomo, questi mandarono dalle parti del lago Maggiore, a Lesa, dei delegati per vedere di acquistare marmi e solo un fortunato caso li condusse al monte Orfano.
Non abbiamo traccia, nei documenti d’archivio, delle proposte e delle decisioni dei cittadini che fecero scegliere la cava di Candoglia a preferenza di un’altra.
Nel leggere i documenti dell’Archivio del Duomo appare evidente che fino al 1387 questa scelta non era ancora stata fatta. Anzi il 7 novembre di quell’anno fu mandato “il discreto uomo Antoniolo da Giussano cittadino milanese dalle parti di Lexia e Vergante, allo scopo di comperarvi e farvi lavorare marmi e sarizzi (graniti) nel modo che a lui sembrerà più conveniente per il comodo e l’interesse della Fabbrica”.
Negli anni seguenti si parla sempre di mandare inviati e messi genericamente “in partibus lacus Majoris”, fino a quando finalmente il 27 febbraio 1390 si parla di incanti fatti ad tolleandum de marmore et ad consignandum ipsum ad ripam Toxae. E il 10 aprile dello stesso anno si approva la spesa per la costruzione di una strada da Albo, vale a dire da Candoglia fino alla riva del lago.
Non ci addentriamo in questo breve scritto nell’annosa questione se la cava e i territori di Candoglia fossero dei Visconti, e se fu il duca promotore dell’impresa, Gian Galeazzo, a donare la cava e tutto il materiale cavato alla Veneranda Fabbrica. C’è chi sostiene che la cava fu scoperta e quindi subito sfruttata dalla Veneranda, e che il duca stesso, per accontentare la moglie invaghitasi di quel candido marmo, dovesse chiederne un po’ (pagandolo pure) per edificare l’altare nella chiesa delle Case Rotte.
Certamente il duca era il Signore del territorio, senza dubbio, ma non lo sarebbe stato dunque del marmo, che era di chi aveva scoperto il filone e lo cavava.
La Fabbrica iniziò i lavori con sollecitudine e senno pratico. Mandò cittadini al Monte, come si chiamava Candoglia, per riattivare le cave antiche e aprirne di nuove.



Le cave erano tre: della Fontana, del Ciochirolo (cosiddetta per la campanella o cioca che chiamava gli operai al lavoro) e la Superiore in cima al monte, e affinché l’opera procedesse regolare in modo da soddisfare i bisogni della costruzione del tempio, si stabilirono nella domenica 19 febbraio 1391 e nel luglio seguente gli ordinamenti per gli operai. Salire alle cave era malagevole; bisognava arrampicarsi come le capre e ogni giorno si perdevano molte ore inutilmente: allora si pensò di costruire delle capanne vicine alla cava, ove alloggiassero e dormissero i lavoratori, e, sempre per risparmiar tempo, uno spenditore della Fabbrica, che in quell’anno era Teoldo de’ Scaldia (sostituito subito dopo da Giovannolo de’ Magenta), faceva arrivare lassù i cibi e il vino, e un fabbro stava fisso in quota per aguzzare i ferri sciupati nel lavoro.
Si pensi che ancora nel 1836, il conte Nava scriveva al consiglio della Fabbrica che la salita alla cava richiedeva non meno di tre ore di cammino, e risultava oltretutto “difficile, pericolosa, impossibile a descriversi”. Solo nel 1874 si progettò una strada carrabile.

Per il visitatore che oggi vuole effettuare una breve escursione in questi luoghi, la prima testimonianza di questa lunga storia è il monumento sulla piazzetta di Candoglia, ovviamente in marmo, sul quale sono murate due lapidi.





La più bassa ricorda le leggi del 1927 e del 1935 che attribuirono, senza più dubbi e diatribe, la proprietà esclusiva delle cave di Candoglia alla Veneranda Fabbrica.
Periodicamente infatti, nei secoli passati, nascevano controversie che vedevano contrapposti alla Veneranda Fabbrica soggetti pubblici o privati che a vario titolo pretendevano di essere loro i proprietari della cava o di avere comunque anch’essi il medesimo diritto di escavazione.
Nel secolo scorso, nel 1863, il sindaco di Mergozzo chiese che si pagasse un canone annuo per la parte di territorio comunale occupato dalle cave. La pretesa si chiuse con transazione nel 1870, secondo la quale Mergozzo cedeva i terreni alla Veneranda Fabbrica per 4.637 lire e rotti, più un compenso annuo di 50 lire.
Più in alto, sotto lo stemma della Veneranda Fabbrica, con l’effige della Madonna che sotto il mantello svela il duomo, un’altra lapide in latino ricorda che nel 1386, vescovo Giovanni da Saluzzo, per volere di Gian Galeazzo Visconti duca di Milano, ebbe inizio la costruzione del Duomo di Milano dedicato a Maria Nascente, costruito col marmo proveniente dalle cave di Candoglia.

Guardando il monumento, alle spalle del quale si inerpicano le viuzze del tranquillo paese, a sinistra si trovano gli uffici amministrativi delle cave, contigui ai quali c’è la costruzione della scuola di avviamento professionale della Veneranda Fabbrica del duomo per marmisti e ornatisti.




Poco più avanti, è visibile una vecchia ruota che azionava una teleferica per il trasporto di materiali e personale lavorante. Accanto alla quale è visibile il canalone (“menore”) nel quale venivano fatti rotolare in caduta libera i blocchi di marmo, affinchè dalle cave in quota (ad un’altezza compresa tra i 600 e gli 800 metri s.l.m.) giungessero a valle, fino al paese. 

Quest’operazione alquanto sbrigativa e rozza spesso comportava la rottura in più parti di detti blocchi, con loro danneggiamento e con pericolo per le case del villaggio. Solo i pezzi ritenuti più pregiati e di rara bellezza venivano fasciati perchè risultassero protetti, come la Veneranda Fabbrica aveva imposto fin dal 1393. Si dovette tuttavia attendere sino al 1624, dopo una rimostranza dell’architetto Fabio Mangone che si era recato in visita a Candoglia, perchè si cominciasse ad imbragare in appositi scheletri di legno i blocchi di marmo al fine di calarli lungo i canaloni piano piano, trattenendoli con robuste funi, fino a quando non fossero arrivati sani e salvi in valle.


candoglia duomoA destra del monumento, invece, si può vedere il moderno edificio industriale (la segheria) con relativo piazzale dove, una volta portati in valle dalle cave, vengono sgrossati e preparati i blocchi di marmo che, ancora oggi, servono per le manutenzioni ordinarie e straordinarie del Duomo, delle sue statue, delle sue guglie, dei suoi rivestimenti.



candoglia duomo marmo


A destra del nuovo capannone ci si imbatte in una costruzione tanto degradata quanto apparentemente misteriosa: l’antica segheria eretta nel 1880. Si tratta di un edificio a più piani, con al piano stradale la zona per il taglio dei blocchi e la successiva lavorazione dei marmi, e il cortile per il loro accatastamento; al primo piano gli uffici con le stanze dei sovrintendenti, con struttura a ballatoio. Il tutto è reso ancora più caratteristico dalla presenza di una torretta con balconcini lignei e tetto a spioventi con copertura in piode.


candoglia duomo marmo


Qui, una volta arrivati più o meno integri, e dopo un primo lavoro di sgrossamento effettuato come visto negli appositi laboratori, il materiale era imbarcato (presso un porticciuolo detto piarda) su barconi che poi scendevano lungo il Toce fino ad immettersi nelle calme acque del lago Maggiore, in quello specchio d’acqua denominato golfo borromeo.



Il resto del viaggio è ormai leggenda: la barche navigavano in direzione sud, fino a Sesto Calende, dove il lago restituisce le sue acque al Ticino, che veniva navigato (con difficoltà per la presenza di undici rapide; i problemi del viaggio di ritorno vennero risolti da una ingegnosa invenzione del Cattaneo, del 1858: una ferrovia per barche, la Ipposidra) fino a Tornavento, dove il marmo veniva dirottato lungo il Naviglio Grande, sempre sopra i caratteristici barconi contrassegnati dalla scritta a.u.f., perchè si sapesse che erano esenti dal pagamento di dazi e gabelle, in quanto, appunto, portavano marmo ad usum fabricae (e fino a non molto tempo fa, l’espressione ad ufo significava infatti gratuitamente, a sbafo).


laghetto santo stefanoGiunto a Milano, il prezioso carico era scaricato nel laghetto di Sant’Eustorgio, e poco dopo, con l’entrata in funzione della chiusa detta dell’imperatore, viaggiava per acqua ancora un poco, lungo la fossa interna, fino all’approdo presso il laghetto di santo Stefano, poi detto dell’Ospedale (interrato nel 1857 per motivi di presunta salubrità dell’aria, lo ricorda oggi il toponimo della via Laghetto).




Una volta a terra, grazie all’utilizzo di una gru detta falcone o falconetto, il marmo era portato con appositi carri fino al vicino cantiere del Duomo, la cosiddetta cascina degli scalpellini, dove era preso in consegna da operai esperti sotto la guida di architetti, progettisti, artisti.
Il risultato di tante fatiche è sotto gli occhi di tutti.



 mauro colombo
14 ottobre 2007 
ultima modifica: novembre 2014

venerdì 7 novembre 2014

Vicolo san Fermo (da via Olmetto a via Amedei)




Percorrendo la via Olmetto, di fronte al civico 10, si apre un corto vicolo cieco, sul quale si affaccia oggi un garage edificato negli anni settanta. La stradina, che oggi ha perso il suo antico nome, è lunga una ventina di metri, e si blocca innanzi ad un cancello elettrico.
Anticamente questo era il vicolo San Fermo,  ed era aperto e percorribile da chiunque; oggi ci transitano  solo gli aventi diritto, i quali, costeggiando vari palazzi, possono sbucare in via Amedei, dove si trova un secondo cancello (di fronte al civico 13).
Vediamo nella mappa del 1860 come si snoda la stradina:


 
Il nome del vicolo derivava da una ormai abbattuta chiesetta che sorgeva presso il suo inizio, sul lato destro, mentre sul lato sinistro v'era un'altra piccola chiesa, detta san Pietro in Corte (qualcuno ipotizza in ricordo della sede di un giudice minore dell’età longobarda; o forse perchè più semplicemente si affacciava su un piccolo cortile, magari di una nobile famiglia).
Entrambe scomparvero nel XVIII secolo, in ogni caso dopo che il Latuada pubblicasse la loro descrizione nella sua celebre opera.
La chiusura del vicolo al pubblico passaggio avvenne  nel 1818, quando  i proprietari dei contigui orti e giardini ottennero l'autorizzazione a sbarrarne l'accesso alle estremità con appositi cancelli. 
Lungo il tracciato del vicolo ormai privato, nelle fondamenta del palazzo Majnoni d'Intignano, si trova tutt'ora un'aula della Milano imperiale, ricca di mosaici paleocristiani. Vi si legge anche un'iscrizione funeraria del V-VI secolo, ed è stata rinvenuta una sepoltura longobarda.
Il sito archeologico (statale) si trova all'interno di una proprietà privata, e non risulta ad oggi visitabile.
La zona fu pesantemente colpita durante i bombardamenti angoamericani, come vediamo nella foto di via Olmetto angolo via Cornaggia: poco più avanti, dove si nota il cumulo di macerie, si apre il vicolo san Fermo.


mauro colombo
novembre 2014

lunedì 3 novembre 2014

Piazza San Fedele


piazza san Fedele chiesa Dal Re

Sulla piazza san Fedele si affacciano oggi due costruzioni meritatamente famose: l'omonima chiesa e la facciata di palazzo Marino.
La piazza è poi cara ai milanesi per ospitare la statua di un cittadino illustre: Alessandro Manzoni.
Gli altri due lati, purtroppo, sono ora occupati da palazzi degli anni cinquanta, edificati per rimpiazzare storiche costruzioni andate perdute a causa dei bombardamenti avvenuti durante l'ultima guerra. L'intera piazza infatti fu fortemente sconvolta dalle incursioni dell'estate 1943 (la stessa chiesa e palazzo marino subirono ingenti danni).

san fedele
La piazza nel 1883

Chiesa di santa Maria alla Scala presso San Fedele

san fedeleInnanzitutto ricordiamo che questo è oggi il corretto titolo della chiesa, dopo che l'antica chiesa di santa Maria della Scala fu abbattuta per far posto al teatro che ne prese il nome. Da quella chiesa ereditò parte dell'arredo sacro e delle opere d'arte.
Per quanto riguarda la sua costruzione, san Fedele si innestò su un precedente edificio di culto, di origine medievale: santa Maria in solariolo. Quando i Gesuiti ne presero possesso, ne affidarono il totale rifacimento e ingrandimento all'architetto  Pellegrino Tibaldi: correva l'anno 1569.
san fedeleAl Tibaldi seguirono altri architetti, nell'intento di portare a compimento i lavori: Marino Bassi e Francesco Maria Richini.






 Monastero dei Gesuiti poi Questura 

san fedeleAlla destra della chiesa  si trovava il monastero dei Gesuiti, cui era stata affidata la chiesa fin dal momento in cui erano iniziati i lavori di rifacimento. 
In tempi recenti, il monastero era stato riconvertito ad uffici, che ospitavano la Questura.
L'edificio andò distrutto nel 1943.



Palazzo Marino

Il palazzo venne commissionato dal banchiere e commerciante genovese Tommaso Marino, per eleggerlo quale residenza di prestigio della propria famiglia, all'architetto Galeazzo Alessi. I lavori di costruzione si svolsero tra il 1557 e il 1563. 
La facciata principale del palazzo fu realizzata sulla piazza che avrebbe poi ospitato la chiesa di san Fedele. La seconda facciata realizzata all'epoca è quella che dà sulla via Marino.
san fedeleAlla morte del ricco gabelliere, il palazzo cominciò a perdere prestigio e finì con l'essere rilevato dall'amministrazione finanziaria asburgica.
Da allora fu sempre di proprietà pubblica.
Le altre due facciate furono pertanto realizzate molto più tardi: quella su Case Rotte a metà ottocento, quella su piazza della Scala, nel 1892, quando Luca Beltrami intervenne per completare il retro del palazzo, allorquando venne aperta la piazza del teatro, come si può approfondire qui.


san fedele e palazzo marino


Palazzo Sannazzari, poi Imbonati e infine Teatro Manzoni

san Fedele Prina sannazari migliara

Nella parte sud ovest della piazza sorgeva il fastoso Palazzo Sannazzari, del XVIII secolo. Alla morte del proprietario, nel 1804, l'edificio passò allo neonata Repubblica italiana di impronta napoleonica. Il successivo Regno d'Italia (sempre  napoleonico) vi insediò il Ministro delle finanze: Giuseppe Prina.
Quando nel 1814 la folla inferocita, poco prima dell'arrivo degli Austriaci, assaltò il palazzo e trucidò il ministro, i locali subirono gravi danni e devastazioni. Successivamente il nuovo invasore decise per la parziale demolizione, come attesta un Avviso a stampa dell'epoca.

san fedele sannazari prina
Al suo posto venne edificato palazzo degli Imbonati. Qui andò ad abitare Giulia Beccaria (figlia di Cesare, e madre del Manzoni) allorquando abbandonò il marito per seguire il suo nuovo amore: Carlo Imbonati.
Successivamente, il palazzo passò nelle mani dei banchieri svizzeri Blondel. Ed Enrichetta Blondel divenne la consorte del Manzoni, e proprio nel palazzo furono officiate le nozze con rito calvinista. Vi abitò anche la figlia del Manzoni, Giulietta, quando convolò a nozze con Massimo d'Azeglio.


san fedele e teatro manzoni

Nel 1872 il palazzo lasciò il posto all'edificio costruito per il nuovissimo Teatro Sociale (aperto due anni prima), poi ribattezzato "Manzoni", quando il grande milanese morì nel 1873, cadendo dalle scale  della chiesa di san Fedele.
Il teatro ebbe grande fortuna e successo, fino a quando fu  raso quasi al suolo dalle bombe angloamericane. Al suo posto, venne eretto nel dopoguerra l'attuale palazzo (mentre il teatro si trasferì nel nuovo edificio eretto in via Manzoni).



Palazzo dell'Hotel Bella Venezia


san fedele hotel bella veneziaIl lato a destra delle chiesa era occupato dall'edificio ottocentesco dell'hotel Belle Venise, poi italianizzato in Bella Venezia.
Tra i suoi illustri ospiti ricordiamo Stendhal, Garibaldi, Cavour e Mazzini.
L'edificio non resse ai bombardamenti, e nel dopoguerra fu rimpiazzato con l'attuale palazzo, proprietà di una banca.

san fedele bella venezia manzoni




Monumento al Manzoni

san fedele monumento manzonisan fedele monumento alessandro manzoni
Al centro della piazza, nel 1883 (il 22 maggio, esattamente un decennio dopo la sua  morte) venne inaugurato il monumento dedicato ad Alessandro Manzoni, che tanto era legato, nel bene e nel male, a questo luogo e a questa chiesa.
L'opera è dello scultore Francesco Barzaghi.




san fedele


mauro colombo
novembre 2014
maurocolombomilano@virgilio.it