La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

lunedì 28 luglio 2014

La contrada di S.Ambrogio alla Palla



L’attuale via San Maurilio corre  dalla via Torino  fino a piazza Borromeo. Prima di tale unificazione, la stretta via era divisa in due diverse contrade: la prima parte, fino all’incrocio con via Santa Marta, era detta contrada di S.Ambrogio alla Palla, la seconda contrada di San Maurilio.
Entrambe le vecchie diciture possono ancora essere lette su due muri della via.






La contrada di S.Ambrogio alla Palla era inizialmente chiamata S.Ambrogio in Solariolo (o Solarolo), dal nome di una piccola ma antichissima chiesa, una delle prime sorte dopo l’editto di Costantino per la libertà di culto.
Poiché la chiesuola era ospitata in una abitazione privata, una delle poche in città dotata di “solarium” cioè di un piano ulteriore rispetto al piano terreno, ecco che la chiesa prese tale appellativo. Così riferisce già il Verri nella sua Storia di Milano.
Il Latuada, nella sua Descrizione di Milano, racconta invece che alcuni ritenevano che la chiesa si chiamasse così per via della famiglia Solari (che ne era proprietaria o che vi abitava appresso). Ma lo stesso Autore, si mostrava scettico, in quanto la chiesa così si chiamava ben priva che fossero utilizzate i cognomi familiari, ma non trovava comunque altra spiegazione (“per altro diverso motivo deve aver riportata questa denominazione”).
Fonti certe e scritte si hanno a partire dal 1398, quando la chiesa è elencata tra le "cappelle" di Porta Ticinese (Notitia cleri 1398). La chiesa fu soppressa nel 1787 e unita alla vicina parrocchia di S.Giorgio al palazzo (via Torino).
Una volta scomparsa la chiesa, la contrada mantenne nel nome la dedica al Santo, ma si sostituì il Solariolo con  “alla palla”,  in quanto qui si trovava la congregazione dei facchini, o come scriveva sempre il Latuada, in quanto qui si trovava un “atrio spazioso (…ove..) tre giorni la settimana si fa pubblico mercato d’ogni sorta di latticini”. Vi era in oltre un grande magazzino (“fondaco”) dell’olio necessario per i fabbisogni della città. Olio che peraltro poteva essere qui trasportato senza l’obbligo di pagare i costi del dazio, essendo “immune da ogni gabella senza molestia de’ venditori e compratori”.
Vediamo qui sotto nella mappa di Giuseppe Pezze (1856) la zona con ancora l'indicazione delle due contrade. Già nella cartografia Vallardi del 1883 la via apparirà invece indicata con l'unico attuale nome.



Bibliografia

Latuada S., Descrizione di Milano, tomo III n. 93, 1737
Verri P., Storia di Milano, tomo I volume I, 1834

mauro colombo 
luglio 2014

giovedì 24 luglio 2014

I bombardamenti su Milano durante la II guerra mondiale



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Pochi mesi dopo lo scoppio della guerra, e prima ancora che l'Italia decidesse di prendere le armi al fianco dell'alleato tedesco, la nostra penisola fu oggetto di numerose missioni aeree di ricognizione da parte delle forze armate inglesi, che intendevano monitorare il più esattamente possibile il territorio di quello che, secondo il loro oculato punto di vista, sarebbe stato un futuro nemico.
Nel giugno del 1940, ad un mese dalla dichiarazione di guerra italiana, iniziarono i primi bombardamenti aerei su Torino, senza tuttavia grandi ripercussioni, sia a causa dell'ancora poco organizzato Bomber Command inglese, sia per l'esiguo numero di aeroplani utilizzati nelle missioni. Ciononostante, la popolazione delle grandi città comprese tristemente quale destino si prospettava innanzi.

Parte I: Lo scenario

Obiettivo Milano

Nel 1940 Milano era ritenuta dagli Inglesi un importante obiettivo militare, essendo la più sviluppata città industriale d'Italia e una delle più rilevanti a livello europeo, assieme a Torino e Genova.
Il servizio di informazioni industriali inglese, prima ancora dell'inizio dl conflitto, si era procurato notizie dettagliate e mappe di tutte le principali realtà produttive di Milano e provincia, tra le quali spiccavano la Alfa Romeo, la Edoardo Bianchi, le Officine Galileo, la Magneti Marelli, le officine Borletti, Tecnomasio Italiano Brown Boveri, la Pirelli, la Isotta Fraschini, la Breda, la Caproni, l'Ansaldo e, ma non ultima, la Falk acciaierie.
La città era ritenuta inoltre uno dei principali snodi ferroviari del Paese, caratterizzata da 21 linee ferroviarie, da una delle stazioni più grandi d'Europa e da importantissimi scali merci, tra i quali Lambrate e Farini, snodi vitali per le suddette industrie.
I rapporti stilati a conflitto già iniziato indicavano in un milione e centomila gli abitanti della città, che gli stessi studi descrivevano divisa a cerchi concentrici, il più interno dei quali (centro storico, all'interno della cerchia dei navigli) risultava essere anche il più vulnerabile in caso di intenso attacco aereo, sia perché maggiormente abitato, sia per la vicinanza tra loro delle costruzioni, con strade prevalentemente strette. Si prevedeva così, in caso di bombardamento anche mediante spezzoni incendiari, un facile propagarsi del fuoco, pur dovendosi sottolineare che gli stessi rapporti spionistici si rammaricavano per il materiale impiegato per la costruzione degli edifici, e cioè quasi esclusivamente mattoni e cemento, causa questa di maggiore difficoltà nel propagarsi degli incendi, i quali invece avevano dato grandi risultati nelle città tedesche, ove abbondava l'impiego di materiali lignei.
Alla luce di tutto ciò, il bombardamento sistematico fu in un primo momento (fino a tutto il 1943) rivolto a colpire la città "civile", mirando su case e popolazione, affinchè questa terrorizzata spingesse sul Governo a chiedere un armistizio; in un secondo tempo (dal 1944) si accanì su fabbriche e produzione bellica, asservita alle esigenze tedesche.

Le difese della città

 Benchè circolasse la tranquillizzante voce che Milano fosse troppo nebbiosa per poter essere avvistata dagli aerei nemici, le Autorità avevano messo in campo varie misure per scongiurare eventuali attacchi, o quantomeno diminuirne gli effetti distruttivi.
Innanzitutto, fin dal 1936 i nuovi edifici dovevano essere progettati con appositi rifugi antiaerei sotterranei. Per gli altri palazzi, compresi quelli pubblici, si provvide a puntellare le cantine, trasformandole in ricoveri.
Comparvero così dipinte con apposite vernici, le lettere che ancora oggi affiorano a ricordo di quegli anni terribili:  R, I, US, C (e cioè Rifugio; Idrante; Uscita di sicurezza, Cisterna).
Per evitare di essere facile bersaglio notturno, alla città venne imposto l'oscuramento: al calare della sera era vietata qualsiasi forma di illuminazione che fosse visibile dall'esterno. Pertanto, imposte chiuse o vetri coperti con carta azzurrata, fanali di tram auto e biciclette modificati in modo da avere solo una piccola fessura, soppressa l'illuminazione pubblica stradale.

milano guerra bombe WWII dicatDal punto di vista militare, la difesa dagli attacchi dal cielo fu inizialmente affidata alla quinta legione ("La Viscontea") della Milizia Di.ca.t. (Difesa contraerea territoriale), che poteva vantare, tra ufficiali, sottufficiali e militi, quasi 9.000 uomini, dislocati sia in città sia sul resto del territorio milanese, posizionati in zone strategiche e pronti in ogni momento a mitragliare gli apparecchi nemici. Anche alcune fabbriche di grosse dimensioni erano dotate di proprie batterie antiaeree, collocate di norma sui tetti dei capannoni.
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Dopo l'ottobre 1942 affluirono in Italia alcuni reparti della Flakartillerie tedesca, dipendenti dalla Luftwaffe, per dar man forte alla Dicat, la cui abilità nel difendere i cieli si era rivelata assai scarsa, tanto da non essere quasi temuta dai bombardieri (oltrechè biasimata, al solito, nei rapporti ufficiali tedeschi).
Le batterie tedesche vennero sistemate nei pressi di quelle italiane, al fine di sfruttarne i già stabiliti collegamenti per le comunicazioni. Dopo l'armistizio, scioltasi la Dicat, la difesa dei cieli spettò esclusivamente alla Flak tedesca, che perciò venne potenziata sfruttando il personale italiano della Repubblica Sociali Italiana.
Oltre alla difesa organizzata da terra, erano sempre pronti a staccarsi in volo i caccia della Regia Aeronautica, di stanza negli aeroporti di Venegono e Lonate Pozzolo (apparecchi Macchi C 202 e Fiat CR 42, più qualche Messerschmitt Bf 109 della Luftwaffe).

Infine,  dal lontano 1932 era stata istituita l'Unione nazionale protezione antiaerea (UNPA), i cui addetti (inizialmente volontari) erano incaricati di istruire la popolazione sul corretto comportamento da tenere in caso di bombardamento, far rispettare le norme sull'oscuramento, gestire i rifugi antiaerei, assicurandone la fruibilità, ed intervenire in caso di attacco dal cielo per soccorrere i feriti e liberare dalle macerie i punti nevralgici della città, collaborando con i Vigili del fuoco.
L'ultimo tassello della difesa era rappresentato dai capifabbricato: in ogni edificio venne prescelto un abitante, con l'incarico di predisporre e mantenere efficienti i presidi antincendio per salvaguardare il palazzo in modo che eventuali fiamme non si propagassero più di tanto. Entrarono in vigore gli obblighi di ricoprire di sabbia i sottotetti e i terrazzi in catrame; di rinforzare con robusti pannelli i lucernari; di assicurare la presenza di acqua nelle cisterne.
I portinai degli stabili avevano inoltre il compito, durante gli attacchi, di spalancare i portoni, per permettere ai passati sorpresi dall'incursione di ripararsi dentro gli androni.
In caso di attacco, la popolazione veniva avvisata del pericolo incombente da un primo piccolo allarme aereo (sirena),  dato con trenta minuti di anticipo sull'attacco. Poi seguiva una seconda sirena, di grande allarme, che precedeva di pochi minuti i primi sganci di bombe.
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I cittadini avevano dunque (almeno in teoria) il tempo di raggiungere le cantine rifugio (per i palazzi che ne disponevano o comunque dotati di locali attrezzati al caso) o i rifugi collettivi più vicini.



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I bombardieri


Nonostante tutti questi accorgimenti, Milano venne pesantemente bombardata tra il 1942 e l'agosto 1943 dagli aerei del Bomber Command della Royal Air Force britannica, con il preciso scopo di fiaccare la popolazione  per spingere l'Italia alla resa.
Dopo l'armistizio, dal dicembre 1943 e fino al termine del conflitto, i bombardamenti su Milano vennero effettuati dagli apparecchi MAAF (Mediterranean Allied Air Forces) e USAAF (United States Army Air Forces), con voli perlopiù diurni concentrati su obiettivi industriali ormai asserviti alla produzione per l'esercito tedesco.
Per poter comprendere appieno la potenza distruttiva di un bombardamento aereo alleato, è opportuno dedicare poche ma significative righe agli apparecchi utilizzati per le incursioni:
- nel 1940, il Bomber Command inglese si avvalse di bimotori Armstrong Witworth Whitley, aerei il cui carico di bombe dovette essere ridimensionato a causa del lungo viaggio che dovevano compiere (Inghilterra-Milano e ritorno), quindi non più di 2.000 chili;
- dall'autunno 1942 fino all'estate del 1943, il Bomber Command utilizzò invece i gioielli di famiglia, i quadrimotori Stirling (capaci di trasportare ciascuno ben 6.000 Kg di bombe), Halifax (5.800 Kg), e Lancaster (6.500 Kg). Venne impiegato anche il bimotore Wellington, il De Havilland Mosquito (bimotore per ricognizioni, dal quale venivano sistematicamente scattate le fotografie dei dopo-bombardamenti) e il famoso Spitfire, caccia per ricognizione e mitragliamenti al suolo;
- dal 1943, la MAAF (Mediterranean allied air force) e la USAAF, usarono quadrimotori Boeing B 17 Flying Fortress (le fortezze volanti) e B 24 Liberator, dotati di carichi distruttivi inferiori a quelli inglesi. Tali aerei decollavano dalla Puglia e dalla Campania, ormai liberate dal giogo nazi-fascista;
- nell'ultimo periodo di guerra, volarono su Milano anche altri aerei statunitensi, tra i quali il Republic P 47 Thunderbolt, dagli Italiani ribattezzato Pippo, tragicamente famoso per incursioni solitarie sia notturne che diurne per mitragliamento di strade e ferrovie.
Per quanto riguarda le bombe aviotrasportate, gli Inglesi utilizzarono bombe incendiarie di piccole dimensioni e classiche bombe da 250, 500, 1000 e 2000 chilogrammi. Raramente anche bombe da 6000 chili.
Gli aerei statunitensi erano equipaggiati con bombe da 250 e 500 chili, ad alto esplosivo e dirompenti.

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Modalità degli attacchi

Gli attacchi su Milano (come del resto su altre città) furono inizialmente solo notturni: gli aerei inglesi del Bomber Command R.A.F. decollavano da basi posizionate nel sud dell'Inghilterra verso l'ora di cena, attraversavano nella serata i cieli della Francia, occupata dall'esercito di Hitler, varcavano le Alpi e a mezzanotte piombavano sulla città, dove restavano per circa un'ora, per poi far ritorno alle loro basi.
Svolgendosi al buio, e non potendosi sempre contare su cieli tersi e lune piene, l'incursione era preceduta dal passaggio di aerei detti "pathfinder", cioè dei segnatraccia, che lanciavano dei luminosissimi bengala per mostrare ai bombardieri la rotta e gli obiettivi.
Dopo il 1943, gli aerei dell'USAAF attaccavano invece di giorno, a tutte le ore, con maggiori rischi di essere abbattuti ma con più probabilità di centrare i bersagli prestabiliti. Di solito decollavano al mattino dalla Puglia, sorvolavano l'Adriatico, e dalla Romagna viravano puntando su Milano. Al ritorno, questi aerei avevano la possibilità, ormai liberatisi del peso enorme delle bombe, di cacciare liberamente con le mitragliatrici, su tutto ciò che ritenevano utile colpire (treni in corsa, corriere, colonne militari in spostamento).

Parte II: Cronologia dei bombardamenti

Anno 1940

Notte tra il 15 e il 16 giugno
Milano subì il primo attacco aereo dopo soli cinque giorni dall'entrata in guerra dell'Italia. L'allarme antiaereo fu dato alla 1.48. Vennero colpiti diversi edifici, e si contarono un morto e alcuni feriti.
Notte tra il 16 e il 17 giugno
Alle 22.30 suonò l'allarme in seguito all'avvistamento di 8 aerei che sorvolavano i cieli di Milano. Secondo allarme alle 0.23 per altri bombardieri in avvicinamento da sud, poi ancora un allarme quindici minuti dopo, per aerei che sganciavano bengala in zona attigua alla Caproni, che poi fu effettivamente colpita da circa 25 bombe. Alla 1.00, segnalati aerei da nord diretti a sud, alle 2.00 sgancio di bombe sulla Milano-Laghi. Ultimo allarme alle 5.04, e alle 6.22 definitivo cessato allarme. Danni non rilevanti.
Notte tra il 13 e il 14 agosto
Dopo quasi due mesi di tranquillità, alla 0.55 allarme per aerei provenienti da Como, Varese e Domodossola. Vennero sganciate bombe e volantini di propaganda. Si contarono 15 morti e 44 feriti, dovuti ad attacchi concentrati nelle vie Sarpi, Settala, Moscova, e viale Padova. Altri danni a Greco e in via Messina. La Dicat sparò numerosissimi colpi, senza tuttavia poter colpire apparecchi inglesi.
Notte tra il 15 e il 16 agosto
Allarme alle 0.40, ma a causa del fuoco contraereo della Dicat, gli aerei inglesi si liberarono del loro carico di bombe su Merate e Mariano Comense. Un velivolo Wellington fu abbattuto, provocando la morte di uno dei cinque piloti.
Notte tra il 18 e il 19 agosto
Allarme alle 0.40, furono sganciate 14 bombe (colpiti stabilimenti Innocenti a Lambrate, Caproni e aeroporto Forlanini-idroscalo).
Notte tra 24 e 25 agosto
Allarme alle 0.49, ma sgancio di bengala.
Notte tra il 26 e il 27 agosto
Allarme tra la 1.00 e le 3.00. Nessuna bomba sganciate, due aerei inglesi abbattuti (uno nell'Appennino ligure, uno presso Arese).
Notte tra il 18 e il 19 dicembre
Il Bomber Command si rifece vivo dopo più di tre mesi di silenzio. L'allarme durò dalle 2 alle 4.30: distrutta una cascina ad Assago e colpita la via Col di Lana a Milano (otto morti, 16 feriti).

Anno 1942

Se il 1941 era trascorso senza missioni del Bomber Command, che aveva preferito concentrare le proprie forze in altri scenari di guerra, il 1942 (che sembrava un'annata tranquilla) mostrò la preparazione e la determinazione inglesi nel mese di ottobre.

Pomeriggio del 24 ottobre
La cittadinanza fu colta di sorpresa quando il suono delle sirene si sovrappose al rumore del traffico alle ore 17.57: innanzitutto perché da più di un anno gli aerei avevano disertato i cieli milanesi, inoltre perché fino ad allora gli attacchi erano stati sempre effettuati durante la notte. Ma quello che più sorprese, fu il fatto che le prime bombe cominciarono a cadere appena tre minuti dopo l'allarme, che evidentemente era stato dato con colpevole ritardo. Circa 73 aerei Lancaster si riversano ad ondate sulla città, in un orario di affollamento e movimento intenso. La Dicat intervenne già spiazzata, cercando di rimediare a tutta una serie di errori difensivi (che infatti le vennero rimproverati nei giorni successivi, anche sulla stampa). Le bombe sganciate furono di tutte le dimensioni, tra le quali ben 12 da 2000 chili, più di 2.000 bombe incendiarie di grosso calibro e più di 28.000 di piccolo calibro.
La seconda fase dell'attacco fu disturbata dal fumo degli incendi subito divampati, che saliva a cinquecento metri di quota schermando il cielo. Si levarono in volo, per intercettare i bombardieri, cinque aerei dell'Aeronautica, senza successi importanti. Un Lancaster si schiantò al suolo dalle parti di Segrate, abbattimento forse attribuibile alla contraerea installata presso la Caproni. Al termine del raid, i morti risultarono 135, i feriti 331, alcuni dei quali non sopravvissero.
tricolore bombardamenti WWII milano 1942 ottobreVaste zone della città risultarono danneggiate o devastate. Secondo il rapporto della prefettura, subirono gravi danneggiamenti gli stabili in via Pantano, via Velasca e corso Roma (corso di porta romana) ai civici 7,9 e 10; due stabilimenti in zona Ticinese e la via S. Cristoforo; piazza Tricolore, viale Montenero (civici dal 72 al 76 e 73), via Archimede, via Melloni, il Macello e il mercato ortofrutticolo (scalo Vittoria), via Messina, Lomazzo, Sarpi, Aleardi, corso Buenos Aires (civici 33 e 58), piazza Bacone, via Oxilia (civici dal 23 al 29 e 26), via Sauli (dal 18 al 28).
Il carcere di San Vittore fu danneggiato, e a causa dell'abbattimento di un muro perimetrale e del parapiglia seguitone, un centinaio di detenuti si diede alla fuga.
Ad un centinaio di metri di distanza, andò gravemente danneggiata la Carrozzeria Castagna, tra via Valparaiso e via Montevideo.

Il disastro obbligò il Comune a predisporre scuole ed edifici pubblici per accogliere i senzatetto, mentre la cittadinanza si lamentò dell'insufficienza dei rifugi pubblici, dimostratisi in numero inferiore rispetto alle concrete esigenze di riparo durante gli attacchi.
Nell'immagine seguente, una foto scattata da un Lancaster che testimonia la fase del bombardamento. La foto ritrae la zona compresa tra Papiniano e il Cordusio, mentre le bombe esplodono sulla via Conca del naviglio e in via Ausonio.



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Notte tra il 24 e il 25 ottobre
Gli incendi causati dall'incursione pomeridiana ancora divampavano, quando alle 22.44 piombarono su Milano altri bombardieri inglesi. Tuttavia l'attacco risultò notevolmente inferiore a quello diurno appena effettuato, a causa dei pochi aerei che effettivamente riuscirono a raggiungere la città, avendo lo stormo subito lungo il tragitto numerose perdite (causa temporale e contraerea svizzera). Molte bombe si dispersero così sul territorio circostante Milano, alcune finirono addirittura sulla certosa di Pavia e a Vigevano.
Per migliaia di milanesi iniziò nelle giornate successive lo sfollamento: tutte le sere dei giorni feriali grandi masse si accalcavano su corriere e treni (ma c'è chi doveva arrangiarsi con biciclette) per passare la notte, dopo un giorno di duro lavoro, in zone limitrofe ritenute non soggette a bombardamenti notturni, trovando casa presso locali messi a disposizione da contadini.
Alla fine del 1942 cominciarono ad essere ridotti i trasporti pubblici cittadini, soprattutto per mancanza di pezzi di ricambio. Molte linee vennero soppresse, e le corse iniziarono ad avere frequenza ridotta.

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Anno 1943

Dall'inizio dell'anno la Dicat, dopo avere dato prova di scarsissima preparazione ed efficacia, era stata affiancata dalla Flak tedesca. Il Bomber Command era intanto stato potenziato e perfezionato, ed aveva iniziato la distruzione sistematica delle città tedesche.
A Milano, intanto, la razione di pane giornaliera scese a 150 grammi, i buoni del tesoro persero valore e tra la popolazione prese piede il baratto, unico sistema per procurarsi di che vivere.

Notte tra il 14 e il 15 febbraio
WWII milano guerra bombardamentiIl preallarme suonò alle 21.30, e dopo mezz'ora, alle 22.06, il grande allarme. Circa 138 Lancaster del Bomber Command iniziarono a sganciare le bombe alle 22.34. La rotta era stata tracciata da numerosi pathfinder dal Lago Maggiore in poi. Un solo aereo fu colpito dalla contraerea, e si schiantò in fondo a via Boffalora, alla Barona. Un membro dell'equipaggio non fu più trovato, ed uno dei motori venne dissotterrato nel 1990, durante i lavori per la costruzione del capolinea Famagosta della metropolitana due. Durante l'attacco vennero sganciate 110 tonnellate di bombe esplosive e 166 tonnellate di ordigni incendiari.
La ricognizione inglese per la valutazione dei danni inflitti fu effettuata quattro giorni dopo da un aereo De Havilland Mosquito. Secondo il rapporto e interpretando le foto scattate dall'alto, risultarono danneggiate molte fabbriche, quali l'Alfa Romeo, la Caproni, la Isotta Fraschini, la Centeneri e Zinelli e la manifattura tabacchi. Danni poi allo scalo Farini, a porta Genova, al deposito tranviario di via Messina e a quello degli autobus di corso Sempione. Inoltre, 35 aree civili danneggiate in corso Roma, presso il Duomo, all'Arena, in via Mario Pagano, piazzale Loreto, alla stazione centrale nei pressi della università Cattolica.
Secondo i rilievi italiani dei giorni seguenti, danneggiati risultarono numerosi cinema, la centrale del latte, diverse centrali Stipel, più 203 case distrutte e 220 gravemente danneggiate, 376 con danni importanti, e più di 3000 quelle con danni lievi. Gravi danni subì il Corriere della Sera in via Solferino.
Per quanto riguarda il patrimonio culturale ed artistico, danneggiate risultarono le chiese di: S.Maria del Carmine, S.Lorenzo, S.Giorgio al palazzo. Inoltre il palazzo Reale, la Pinacoteca Ambrosiana, la Permanente, la Galleria d'arte moderna, il Conservatorio.
Per domare gli incendi dovettero intervenire anche i vigile del fuoco di Bologna, oltre a quelli di tutte le province vicine. Alle otto del mattino seguente riprese la circolazione dei tram e dei treni alla Stazione centrale.
Il conteggio dei morti si attestò su 133, con 442 feriti. I senza tetto risultarono 7.950, ma pochi giorni dopo quelli regolarmente registrati presso gli uffici comunali furono 10.000. La città subì un ulteriore svuotamento da parte della popolazione, sia perché rimasta senza una casa, sia per timore di ulteriori attacchi. Le scuole furono chiuse a tempo indeterminato, sia per il pericolo di bombardamenti, sia per mancanza di combustibile.
Nell'immagine seguente, una foto scattata il giorno successivo da un aereo di ricognizione inglese per valutare i danni arrecati.

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Notte tra il 7 e l'8 agosto
Il 25 luglio Mussolini fu arrestato e sostituito con Badoglio  dopo la storica seduta notturna del Gran Consiglio del fascismo. Per accelerare la resa dell'Italia da parte del nuovo capo del governo, venne programmato un ciclo di bombardamenti ferocissimi su Milano, che, secondo le intenzioni, dovevano distruggere la città entro un mese.
Il primo di tali attacchi iniziò con l'allarme delle 0.52 dell'8 agosto, quando aerei nemici erano stati segnalati in passaggio sulla frontiera svizzera. Le bombe iniziarono a cadere alla 1.10. I Lancaster della RAF sganciano soprattutto bombe incendiarie: presto enormi cerchi di fuoco si propagarono a Porta Venezia, porta Garibaldi, in corso Sempione, Magenta e Ticinese.
Il teatro Filodrammatici andò distrutto, così come gran parte del Corriere della Sera. Risultò inservibile l'ospedale Fatebenefratelli. Pesanti danni anche al museo di Storia naturale, al Castello, alla Villa Reale, al palazzo Sormani. In totale, si ebbero 600 edifici distrutti, sotto le cui macerie persero la vita 161 persone, più 281 feriti.
La contraerea riuscì a colpire due Lancaster (che precipitarono uno in via Gustavo Modena, l'altro, a pezzi, cadde sulla via Compagnoni e dintorni). L'oscuramento della città fu imposto dalle 21.30 alle 5.30. I mezzi ATM riuscirono a riprendere servizio solo in periferia, dato che la maggior parte delle vie più centrali risultava impraticabile al passaggio veicolare, ostruita da macerie e costellata di voragini.

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Notte tra il 12 e il 13 agosto
Per questa missione il Bomber Command inglese mobilitò tutti gli apparecchi disponibili, e su Milano furono inviati addirittura 504 aerei: 321 Lancaster e 183 Halifax. Lo scopo di tale spiegamento di forze era quello di creare sulla città il cosiddetto vortice di fuoco (dai comandi inglesi tanto teorizzato quanto realizzato sulle città tedesche), per annientarla totalmente. Per questo, tra le 2.000 tonnellate di bombe trasportate quella notte, vi erano 380.000 spezzoni incendiari.
WWII milano guerra bombardamentiL'allarme fu dato alle 0.35, con cielo senza nubi. Neppure dieci minuti dopo iniziò lo sgancio delle bombe e degli spezzoni incendiari, il tutto per circa un'ora. La contraerea nulla poté fare. Il centro cittadino fu la zona più colpita, senza risparmiare però il quartiere Ticinese, Garibaldi, Sempione. Gli incendi divamparono ovunque, con effetti distruttivi su palazzo Marino, la Questura, il Commissariato Duomo, il Castello, la chiesa di San Fedele, Santa Maria delle Grazie (ma non il Cenacolo "ingessato" nei sacchi di sabbia); il Duomo riportò gravi danni, così come la Galleria (volta distrutta e facciata delle costruzioni "raschiate").

La potenza delle fiamme era alimentata dal vento che si era alzato a causa dell'incendio stesso, che attirava aria dalle campagne per autoalimentarsi (è l'effetto, enormemente ingrandito, che si verifica quando si apre lo sportello di una stufa: le fiamme subito riprendono vigore perché attirano nuovo ossigeno dall'esterno). La scena all'alba dovette apparire apocalittica: quasi metà città era in preda alle fiamme e l'aria totalmente irrespirabile, interi quartieri erano pericolanti. Furono comunque ripristinate alcune linee automobilistiche per favorire lo sfollamento degli ultimi cittadini rimasti, all'incirca 250.000 persone.
 Nell'immagine seguente, una foto scattata il giorno successivo da un aereo di ricognizione inglese per valutare i danni arrecati allo stabilimento Alfa Romeo.

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Notte tra il 14 e il 15 agosto
WWII milano guerra bombardamentiQuesta volta 140 Lancaster scesero su Milano alle 0.32. In un'ora, sganciarono facilmente le loro bombe, guidati dagli incendi del precedente attacco che ancora ardevano non domanti. Furono nuovamente centrati il Castello, il Palazzo Reale, il teatro dal Verme e il teatro Verdi. Numerose industrie colpite pesantemente. I pochi cittadino presenti diedero soccorso ai vigili del fuoco e agli uomini UMPA per fermare la furia devastatrice delle fiamme, ma l'imprese fu rallentata dalla mancanza d'acqua, causata dalla distruzione delle tubature dell'acquedotto.


Notte tra il 15 e il 16 agosto
Il terzo attacco del ciclo programmato fece suonare l'allarme alle 0.31. Non tutti i 199 Lancaster decollati dall'Inghilterra questa volta raggiunsero Milano, in una notte per loro poco fortunata. Maggior sfortuna toccò comunque alla città: interi quartieri vennero bombardati. Segnaliamo solo: Archivio di Stato (enormi perdite cartacee), il Duomo, la Scala, che ebbe il tetto sfondato (e che sarà ricoperto con tettoie provvisorie fino all'inizio del lavori di restauro), la Rinascente (totalmente distrutta, poi demolita perché non recuperabile).
I quotidiani uscirono la sera seguente, in edizioni limitate, anche a causa della mancanza di carta per le rotative. La città era in preda agli incendi e coperta di macerie, e il Bomber Command decise di fermarsi, seppur insoddisfatto. Infatti la distruzione totale della città apparve impresa impossibile, per due ragioni.
Innanzitutto i materiali di costruzione degli edifici (pochissimo legno), e l'inversione termica che tanto afose rende le giornate di agosto: il caldo estremo anche notturno e l'umidità a livelli prossimi al 90% impedivano all'aria di circolare, ragione per la quale le fiamme non riuscivano mai a propagarsi con la facilità che si verificava sulle città tedesche. Inoltre, l'armistizio era ormai vicino: inutile insistere.
Le terribili incursioni del mese di agosto avevano colpito il 50% degli stabili, di cui il 15% gravemente danneggiato. I senza tetto furono almeno 250.000, e 300.000 gli sfollati. Per rimuovere le macerie si reclutarono con difficoltà 5.000 operai, oltre a 1.700 militari. La maggior parte degli sgomberi e delle messe in sicurezza fu affidata alla manovalanza ormai esperta della ditta Romanoni (che dall'inizio del conflitto aveva vinto l'appalto per tali incombenze).
Il servizio di trasporto pubblico fu quello che ne uscì più disastrato (acqua, luce e gas erano infatti ripresi entro le 48 ore). I tram e le filovie erano totalmente distrutti, così come le rimesse, devastate dagli incendi. Dalle vetture meno danneggiato si recuperano i pezzi per rendere efficienti pochi tram, in una sorta di cannibalismo meccanico. Inoltre, con la rete di alimentazione aerea danneggiata (i palazzi crollando avevano travolto in centinaia di punti i fili della corrente) anche i tram rimessi in servizio ebbero problemi di circolazione. Inizialmente vennero dunque impiegate le piccole locomotive a vapore dei gamba de legn (che vennero così tolte dai servizi extraurbani), le quali, con i rimorchi di fortuna, poterono garantire almeno qualche linea, soprattutto per collegare le stazioni ferroviarie.

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Pietoso fu lo spettacolo dei monumenti milanesi: tra tutti, la mattinata del 16 agosto venne dedicata ad un sopralluogo della Scala, come detto centrata in pieno da una bomba di grosse dimensioni. I palchi apparvero gravemente danneggiati, solo il palcoscenico, ristrutturato notevolmente negli anni trenta, si era salvato grazie al sipario metallico che aveva impedito al fuoco di propagarsi. Per evitare che la pioggia e il gelo dell'inverno distruggessero del tutto quanto scampato, nel mese di settembre venne studiata e messa in opera una copertura provvisoria anulare, per proteggere i palchi e i fregi decorativi. La tettoia venne realizzata con materiale di fortuna, prevalentemente legno e cartone catramato. Solo a conflitto terminato sarebbe stato possibile portare a termine il restauro e il ripristino del teatro.

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Santa Maria delle Grazie, eccettuato il Cenacolo, ne uscì parzialmente mutilata. La cupola bramantesca risultò alquanto danneggiata, così come il chiostro e la fontana centrale, colpita in pieno da una bomba. Anche il chiostro piccolo venne colpito, ma l'incendio propagatosi era stato coraggiosamente spento dall'opera degli stessi frati.

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Infine, l'Ospedale Maggiore, la storica Ca Granda, fu centrata da sei o sette bombe di grosso calibro. Andò distrutto il cortile centrale, che perse i portici. Furono colpiti anche i chiostri laterali. Dovranno passare decenni prima di poter vedere restaurato l'antico complesso ospedaliero.

L'8 settembre regalò all'Italia l'armistizio; il 24 novembre Mussolini diede vita la Repubblica Sociale italiana.
Con il sopraggiungere dell'inverno si dovettero abbattere centinaia di alberi (tra quelli sopravvissuti agli incendi) per alimentare le stufe domestiche.

Anno 1944

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Notte tra il 28 e il 29 marzo
Partiti dalla Puglia, 78 Wellington arrivarono su Milano alle 22.40. L'attaccò si concentrò sullo scalo di Lambrate. L'allarme era suonato tardi, dieci minuti prima del lancio dei bengala su Rogoredo e Affori, tant'è che la contraerea, anche se allertata, non colpì aerei nemici. I danni al sistema ferroviario furono ingenti: circa 300 vagoni distrutti, e binari devastati fino a Segrate. Furono anche colpite numerose vie e piazze adiacenti gli scali attaccati, con un bilancio di 18 morti e 45 feriti.
Mattina del 29 marzo
Alle 12.15 si presentarono sulla città, ancora nel caos per l'attacco notturno, poco meno di 139 aerei (tanti erano partiti dalla Puglia, ma alcuni si erano dovuti ritirare prima di sferrare l'attacco). L'allarme fu dato col dovuto anticipo, alle 11.40, e le prime detonazioni si udirono su Lambrate, vero obiettivo del bombardamento. Distrutte risultarono cinque cabine di manovra, almeno 5 km di binari e impianti, tutta la linea di elettrificazione aerea, 5 locomotive e circa 500 vagoni.
Anche se l'attacco si era rivolto al materiale rotabile, ci furono almeno 30 morti tra Rogoredo, via Corelli, via Tertulliano, e Ronchetto sul Naviglio. Anche in questa occasione la contraerea nulla poté: anche se in mano alla Flak tedesca, con l'ausilio della'AR.CO. (artiglieria contraerei), i risultati furono deludenti come quando era gestita dalla Dicat.
Mattina del 30 aprile
L'allarme suonò alle 11.38, a mezzogiorno iniziarono a cadere le prime bombe. I bombardieri si divisero in due gruppi, con due target precisi: la Breda, sezione costruzioni aeronautiche, e lo scalo Lambrate. La Breda risultò semi distrutta, lo scalo vide ridotti in cenere 32 locomotive, 100 vagoni, l'officina rialzo (più 22 interruzioni di binario).
Notte tra il 5 e il 6 aprile
Alle 20.50 aerei inglesi del 205° Group sganciarono bombe su Lambrate. Non risultano documentazioni ufficiali della missione, è ipotizzabile un errore di obiettivo.
Notte tra il 10 e l'11 luglio
Alle 23.45 vennero lanciati razzi illuminanti, data la forte foschia afosa presente nell'aria, poi 86 Wellington inglesi si scatenarono di nuovo su Lambrate: la volontà strategica era quella di annientare il principale scalo ferroviario di Milano, dal quale passavano le merci per le industrie convertite dai tedeschi alla produzione di materiale militare. Danni limitati.
Notte tra il 13 e il 14 luglio
Il 205° Group inglese inviò per distruggere Lambrate 89 aerei, e l'allarme suonò alle 23.32. Per la prima volta la contraerea riuscì a mettere in difficoltà i bombardieri, due dei quali vennero colpiti. I danni allo scalo risultarono facilmente rimediabili, proprio a causa della sfortuna che quella notte colpì gli Inglesi.
Fine Luglio e Agosto
In questi mesi estivi gli attacchi dal cielo si concentrarono sulle strade, sui mezzi di trasporto e sulle aziende del territorio intorno a Milano. Furono bombardati i ponti sul Ticino a Boffalora e a Turbigo, il ponte sull'Oglio a Palazzolo.
Il 24 agosto due Liberator del 34° Squadron sudafricano gettarono su Milano volantini di propaganda.
Settembre
Nella notte tra il 5 e il 6 settembre furono sganciate tra bombe, che colpirono uno stabile in piazza Morbegno e la scuola di via Russo. Anche la Breda di Sesto San Giovanni fu centrata da alcune bombe di calibro minore.
Nella notte tra il 10 e l'11 settembre molti apparecchi sorvolarono Milano, colpendo solo alcuni edifici privi di interesse strategico, probabilmente per un errore di posizione.
Mattina del 20 ottobre
Alle 11.14 fu dato il piccolo allarme, seguito troppo presto dal grande allarme, alle 11.24. Le prime bombe iniziarono a colpire alle 11.29, cioè un quarto d'ora. La popolazione non ebbe dunque il tempo di mettersi adeguatamente al sicuro. Le zone interessate furono quelle adiacenti lo scalo di Lambrate, con tragiche conseguenze sulla popolazione civile. Questo infatti fu il più straziante dei bombardamenti, per la distruzione della scuola elementare di Gorla.
Qui, quando suonò il primo allarme, le maestre sollecitarono i bambini a riporre matite e quaderni nelle cartelle, e ad avviarsi nel rifugio sotterraneo. Tuttavia, durante la discesa delle scolaresche lungo le scale, suonò il secondo allarme, così inaspettato (visto che il primo era stato dato solo dieci minuti prima) da essere interpretato da taluni come il cessato allarme. Quando sulle scale, in un momento di grande incertezza e voci contrastanti, si trovarono ammassati all'incirca duecento bambini e il personale scolastico, cadde una bomba di (presumibilmente) 250 Kg, centrando in pieno la tromba della scale e il suo carico di piccole vite. Altre 170 bombe caddero sul quartiere e su Turro e Precotto, seminando stragi e lutti in intere famiglie. Alla fine dell'incursione, tra i bambini della scuola e le vittime civile dei quartieri colpiti, i morti furono circa 614.
Novembre
Il mese autunnale vide numerosissimi attacchi aventi però come obiettivo località attigue a Milano, quali Pero, Lodi, Codogno, prevalentemente per distruggere fabbriche o fermare convogli ferroviari. Anche la città subì sporadici bombardamenti, ma sempre bombe isolate, forse frutto di errori o di sganci di emergenza.
Dicembre
Come il mese precedente, continuarono attacchi su località del milanese, mentre la città venne sostanzialmente risparmiata (scalo Lambrate, deposito locomotive Greco, Breda, scalo Romana). Gli attacchi continui e sparpagliati degli ultimi mesi del 1944 avevano indotto nella popolazione grande timore ogni qual volta si dovesse organizzare uno spostamento con mezzi di trasporto (treni, tram extraurbani, ma anche corriere, auto private, carretti e perfino biciclette erano diventati gli obiettivi preferiti degli aeroplani).

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Anno 1945

Milano iniziò l'ultimo anno di guerra in condizioni disperate ma ancora organizzata: si pensi alle numerose mense collettive predisposte dal Comune per supplire ai bisogni della cittadinanza, spesso impossibilitata a procurarsi il cibo o privata di una casa per cucinarlo. Se ne contavano in corso Indipendenza, in via Cimarosa, in via Verdi, in piazza Diaz (in un capannone che sorgeva dove ora c'è il giardino e il monumento ai Carabinieri), in piazzale Maciachini, in viale Padova, in piazzale Accursio. Intanto, tutte le città del Nord Italia risultavano ormai indifese, sotto i continui bombardamenti e mitragliamenti da parte dell'aviazione anglo-americana.
Gennaio
Milano subì numerosi piccoli attacchi, prevalentemente concentrati su scali ferroviari o su convogli appena usciti dalle stazioni. Si susseguivano incessantemente gli attacchi ai mezzi di trasporto, senza distinguere purtroppo fra treni che portavano merci e materiale militare in Germania (attraverso la Svizzera) e convogli carichi di operai e sfollati, come quel Gamba de Legn colpito da un caccia nella tratta fra Inveruno e Cuggiono (10 morti e 40 feriti).
Febbraio-Aprile
Ancora piccoli attacchi, per un totale di 14, che causarono circa 28 morti e una ottantina di feriti. Gli ultimi furono registrati il 12 (mitragliamento a raso lungo la via Manzoni) e il 13.
Il 25 aprile, appena fattosi buio, Mussolini abbandonò Milano diretto a Como.
Dopo i giorni della Liberazione per le strade cittadine, il 30 aprile entrarono in città le truppe anglo americane della Quinta Armata: la guerra era finita.

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Conclusioni

I sessanta attacchi aerei sulla città di Milano causarono tra i 1200 e i 2000 morti.
Approssimativamente, la città perse un terzo delle proprie costruzioni, distrutte direttamente dalle incursioni, dagli incendi da queste causati o per le demolizioni successive resesi necessarie o giudicate più economiche dei restauri.
Degli 80.000 alberi cittadini presenti nel 1942, al termine della guerra se ne censirono solo 30.000, non solo a causa di incendi e attacchi, ma anche in seguito a ingenti e incontrollabili abbattimenti nottetempo compiuti da parte della popolazione infreddolita.
Per diversi anni i senzatetto dovettero abitare nelle case-minime (villaggi) allestite dal Comune, edificate ai limiti della città, come quelle in viale Argonne, a metà della via Lorenteggio, a San Siro (dove con le macerie nacque il Monte Stella, durante la costruzione dello sperimentale QT8).


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L'11 maggio 1946, alle ore 21, si inaugurò la rinata Scala, con il concerto diretto da Arturo Toscanini e musiche di Rossini, Verdi, Puccini, Boito.
Il primo gradino di una lenta normalità da ritrovare.


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Bibliografia

Rastelli A., Bombe sulla città, gli attacchi alleati: le vittime civili a Milano, 2000;
AA.VV., Milano in guerra, 1979;
AA.VV., Milano nella resistenza, bibliografia e cronologia marzo 1943/maggio 1945, 1975;
Ganapini L., Milano nella seconda guerra mondiale, in Milano Moderna, 1992;
Ogliari F., Milano anno zero, 1999;
Ogliari F., Il Teatro alla Scala, 2001.

mauro colombo 
estate 2003
ultima modifica: maggio 2016
maurocolombomilano@virgilio.it

lunedì 21 luglio 2014

La scomparsa chiesa di S. Nazaro in Pietrasanta



La chiesa di San Nazaro (o Nazzaro) alla Pietrasanta sorgeva a pochi passi dal Cordusio, zona centralissima e cuore cittadino a partire dall’epoca dei Longobardi (la “curia ducis”, appunto, di uno dei trentasei duchi longobardi ai quali era affidata l’amministrazione della “Longobardia”).
La via sulla quale si affacciava prendeva naturalmente il suo nome, ed era quindi detta “Contrada di San Nazaro Pietrasanta”. Sulla stessa via si affacciava il palazzo del Carmagnola, di manzoniana memoria.
La Chiesa pare fosse stata edificata nel luogo ove sorgeva la casa dove alloggiarono, per un certo periodo, i santi Nazaro e Celso, figure care alla tradizione cristiana lombarda. La leggenda narra che quando Sant’Ambrogio ne ritrovò i corpi martirizzati, li fece seppellire nel luogo di ritrovamento, dove poi sorse la chiesa di San Celso. Successivamente il corpo di San Nazaro fu trasferito nella chiesa che prese da allora il suo nome: San Nazaro, detto maggiore o in brolo (sul corso di porta romana) per essere distinto dalla chiesa di San Nazaro Pietrasanta, dove appunto invece aveva dimorato.

san nazaro pietrasantaIl perché del “pietrasanta” è da ricercarsi nel fatto che nella chiesetta ora scomparsa era custodita una pietra ritenuta sacra, perché si diceva vi avesse posato il piede sant’Ambrogio nello sforzo di montare a cavallo. Si tratta di una pietra cilindrica, quasi una mezza colonnetta, riattata ad acquasantiera. C’è anche un “giallo” legato a questa pietra, che venne "prelevata" dalla Confraternita di S. Agata in S. Nazaro: in un documento del 1579 si ingiunge alla Confraternita di restituire la pietra santa alla Confraternita di S. Gerolamo, che dall’XI secolo gestiva la chiesa di S. Nazaro in Pietrasanta.



Il culto di questa pietra rientrava in un più generale culto delle pietre di derivazione celtica: questo popolo, che si stabilì nella pianura padana venerava (oltre alle fonti e a certi alberi) le pietre sopra le quali era accaduto qualcosa di particolarmente importante. Questo residuo di paganesimo, pur osteggiato e vietato dalla Chiesa in numerosi concili già dal V secolo circa, continuò a vivere nelle popolazioni locali. A Milano, si venerava anche la pietra custodita nella scomparsa chiesetta di San Vittorello, edificata tra la torre e le mura delle Porta Romana, e la pietra (che sarebbe stata calpestata addirittura dal Cristo) custodita nella chiesa di San Tomaso in Terramala.
La chiesa di San Nazaro in pietrasanta è citata da Serviliano Latuada nella sua  Descrizione di Milano: egli afferma che vi fosse menzione di un edificio sacro fin dall'XI secolo, chiamato appunto "ad petram sanctam".
L'edificio è rappresentato, all'angolo tra la sua contrada e quella dei meravigli, nella carta topografica del Richini.
Qualche decennio più tardi, la vediamo disegnata sulla mappa di Daniel Stooppendaal, nell’opera di Graevius: Thesaurus antiquitatum et historiarum italie, del 1706.


La sua più antica rappresentazione è tuttavia quella che vediamo nella carta attribuita a Giovan Battista Clarici, ante 1579, anche se qui è indicata come San Matteo Pietra (o Pietra s.). Non ci si lasci trarre in inganno: la chiesa è sicuramente San Nazaro, lo si evince chiaramente dall’ubicazione. E anche il riferimento ad una pietra non può che ben deporre. Probabilmente, essendo la chiesa di San Nazaro stata soppressa da San Carlo Borromeo, può essere che “rivivesse” con altro nome, o anche: il Clarici prese un abbaglio, se anche si considera che di persona non si presentò mai a Milano, e la carta comunque pecca di altre incongruenze non da poco.
Ricostruita tre volte, l'ultimo progetto è da attribuirsi all'architetto Carlo Federico Castiglioni, che vi lavorò nel 1721.
Il Latuada nella sua opera, ci informa infatti che....

san nazaro pietrasanta latuada


Nelle foto qui sotto, vediamo, oltre alla contrada,  la chiesa in questa sua ultima veste; lo scatto è di poco antecedente la sua demolizione (1888).


san nazaro pietrasanta

La chiesa di San Nazaro fu infatti abbattuta, assieme ad altre vestigia antichissime della Milano medievale, per costruire il nuovo corso viario, battezzato via Dante, in ossequio al piano regolatore Beruto.
Ecco una delle ultime mappe di Milano in cui ancora si poteva vedere segnalata la chiesetta (la si nota al centro):


Ed ecco la chiesa fotografata durante le demolizioni per l'apertura della via Dante. Tra poco toccherà a lei.....
san nazaro pietrasanta via dante


La pietra santa fu spostata nella chiesa di San Vincenzo in prato, assai distante se vogliamo (zona corso Genova) ma di antichissima fattura. Questa chiesa fu scelta per un semplice motivo: dopo essere sopravvissuta per decenni quale chiesa sconsacrata e riattata a stalla, magazzino, laboratorio, fabbrica di prodotti chimici, finalmente veniva nel 1889 riaperta al culto dopo doveroso restauro. Sulla traslatio della pietra tra le due chiese, dunque, nessun mistero: semplice economia urbanistica e tentativo di salvaguardare (ogni tanto) le memorie cittadine.
Fu così che tutta la contrada della Pietrasanta perse il suo nome: il primo tratto, perché inglobato nella larga e nuova via Dante, e la seconda parte, perché ribattezzata via Rovello.
In san Tomaso in terra mala, in via Broletto, fu invece traslata la Statua della Vergine (1887), dove ancora oggi si trova.

Bibliografia

Latuada S., Descrizione di Milano ornata con molti disegni in rame delle fabbriche più cospicue, che si trovano in questa metropoli..., Tomo Quinto, 1737.
 

mauro colombo
febbraio 2005
ultima modifica: luglio 2014 
maurocolombomilano@virgilio.it




giovedì 17 luglio 2014

Il delitto della Cattolica

università cattolica, piazza sant'Ambrogio

Anno 1971, lunedì 26 luglio, ore 9 di una mattina già afosa, università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.
Mario Toso, seminarista ventunenne dell’Istituto salesiano di Mirabello Monferrato varca i cancelli dell’ateneo, probabilmente incurante della canzone “4 marzo 1943” di Lucio Dalla, in testa alle classifiche di vendita di quel periodo, che la piccola radio della guardiola discretamente accesa trasmetteva per cercava di far sembrare meno lunghe le noiose giornate del custode.
Il giovane, attraversato il secondo cortile, prende a salire le scale del blocco G, alla ricerca di un istituto ove effettuare alcune ricerche. Giunto all’ammezzato, è attirato dallo scrosciare ininterrotto dell’acqua udito oltre la porta dei bagni femminili, in un’università quasi deserta di quel caldo luglio da pre-esodo estivo. Rimane qualche secondo a riflettere, poi timidamente apre la porta per verificare cosa originasse quell’inutile spreco d’acqua.
Dirà la stampa il giorno dopo: ”Quello che ha visto l’ha trattenuto sulla soglia, con le gambe che cominciavano a tremare e il cuore che balzava in gola. Tra due stanzini, una grande chiazza di sangue e immersa in essa una ragazza esanime stesa sul fianco destro. Altro sangue dappertutto, sui muri, nei due stanzini, sulla maniglia della porta”.
Il giovane seminarista, che avrebbe portato quella scena tra i ricordi della sua vita e tra gli incubi delle sue notti, corse urlando a cercare aiuto, avvisando a gran voce il custode, Mario Baggi, che dovette recarsi di persona nei bagni per capire esattamente cosa volesse dirgli il ragazzo in preda al terrore e alla confusione più disarmante.
Furono sufficienti pochi minuti perché sulla scena del delitto accorressero altri studenti, seguiti da polizia, carabinieri ed, infine, dal sostituto procuratore della Repubblica, il dottor Paolillo, con il commissario capo Caracciolo, il commissario Rosati e il maggiore dei Carabinieri, Rossi.
Quello che fu immediatamente accertato era che il corpo della povera ragazza, identificata per Simonetta Ferrero, anni 26, laureata alla Cattolica e impiegata presso la Montedison, abitante coi genitori in via Osoppo a Milano, era stato selvaggiamente massacrato con almeno dodici colpi di arma da taglio, inferti sul ventre, sul collo, sul volto. Il cadavere appariva composto e vestito, non si notarono apparenti segni di violenza, e forse proprio per evitarla la ragazza aveva disperatamente tentato di difendersi, e prova ne erano alcune lievi ferite alle mani, alzate probabilmente nel tentativo di arrestare i colpi mortali del coltello assassino.

Il Corriere della Sera del 27 luglio titolò: “Giovane laureata uccisa a coltellate” – “Tenebroso assassinio all’università cattolica”. Per Milano, che già non viveva anni sereni, un’altra brutta storia da inserire negli annali della cronaca nera.

università cattolica, piazza sant'Ambrogio


La vittima, le sue ultime ore

La giovane Simonetta, come risultò facilmente dalle prime indagini, era uscita di casa il sabato precedente, 24 luglio, di buna mattina, per sbrigare alcune ultime commissioni in vista della imminente partenza, programmata per quella sera stessa, alla volta del mare di Corsica, ove avrebbe trascorso, secondo i programmi, due settimane di relax e divertimento. Salutati i genitori alle 10.30, disse loro che sarebbe andata da un tappezziere di via Luini, per scegliere alcuni rivestimenti per certe sedie di casa, dall’estetista di via Dante, e alla Cattolica, in cerca di alcune dispense di diritto per un’amica.
Non fu vista in nessuno dei due negozi, evidentemente aveva pensato di passare prima in ateneo. La poveretta però non sapeva che le due librerie universitarie erano chiuse i sabato estivi, e gli inquirenti ricostruirono quegli ultimi suoi minuti ipotizzando che trovata chiusa la prima, quella vicino all’ingresso, si fosse spinta fino al secondo cortile, per tentare con la seconda. Vistala chiusa, forse volontariamente aveva imboccato le scale per raggiungere, prima di tornare alle altre incombenze, i bagni femminili, magari per darsi una rinfrescata.

E lì, senza testimoni, quello che accadde poteva essere svelato solo dalla Scientifica.
Di certo si trovò nei bagni dell’ammezzato, all’appuntamento con la morte, tra le undici e le tredici.
Furono subito sentiti alcuni muratori che lavoravano in quei giorni al piano terreno, impegnati nel rifacimento della pavimentazione in parquet. Ma il loro racconto, plausibile, si basava su di un elemento semplicissimo: il rumore assordate del martello pneumatico non avrebbe permesso loro di udire alcunché, e poi in ogni caso alle dodici avevano staccato per andare a pranzo. L’assassino avrebbe potuto uccidere quindi sia approfittando del frastuono, incurante delle eventuali grida della vittima, oppure dopo, sfruttando il deserto estivo della pausa pranzo.
Il sabato sera dell’omicidio, naturalmente, la famiglia allarmatissima per non aver avuto più notizie della figlia fin dalla mattina, aveva sporto denuncia di scomparsa al commissariato Magenta. La domenica era per loro trascorsa nell’angoscia più nera, fino alla tragica realtà emersa quel lunedì mattina. Per il padre e la madre andavano a quel punto le maggiori preoccupazioni: il primo aveva già subito due infarti, la seconde era stata colta da collasso appena appresa la notizia.
La vita della giovane fu, come da prassi, scandagliata fin nei minimi particolari: laureata brillantemente, era impiegata, come il padre, alla Montedison di piazzale Cadorna 5, dove si occupava di selezionare i nuovi assunti. Frequentazioni per bene, nessun fidanzato, sport, musica, volontariato tre volte alla settimana come infermiera alla Croce Rossa. Insomma, niente di niente, per gli inquirenti una sola pista: vittima innocente di un maniaco, di un bruto in cerca di qualche avventura. Esclusa la rapina: nella borsetta lire e franchi già cambiati per la vacanza in Corsica erano rimasti intatti e in ordine.


Le difficili indagini

Il 28 luglio furono resi pubblici i risultati dell’autopsia eseguita sul corpo della vittima. L’esame autoptico, che si era svolto all’istituto di medicina legale ad opera dei professori Falzi e Basile (a testimoniare l’importanza del caso), disegnò una realtà ben più violenta di quella emersa il giorno prima.
Le coltellate presenti sul corpo erano trentatré, inferte da una lama lunga, ben affilata, ad un solo taglio (quale poteva essere un buon coltello da macellaio). Ventisette colpi entrarono in profondità, soprattutto nel torace e nell’addome, colpendo organi vitali. Sette i colpi che avrebbero provocato la morte, tra i quali uno che aveva reciso di netto la carotide. Le altre ferite erano più superficiali: alle mani, segno di un tentativo di difesa volto a fermare il coltello o a strapparlo di mano all’assassino, e alla schiena, segno invece questo di una fuga tentata inutilmente. L’autopsia escluse con certezza la violenza sessuale. Se anche quella fosse stata lo scopo del maniaco, la reazione della Ferrero, non aveva permesso al mostro di completare il suo disegno perverso.
Il mesto riconoscimento del cadavere fu, come ci spiega la stampa, riservato a due lontani parenti, onde evitare l’insostenibile  rituale ai poveri genitori, o alle due sorelle delle vittima, tutti estremamente colpiti dalla sorte tanto maligna.
Come detto, considerate le testimonianze relative alla vita privata delle giovane, del tutto irreprensibile, si iniziò con il mondo dei “guardoni”, come li definì la stampa dell’epoca.
Così si apprese che più di un tipo strano aveva frequentato l’università. Almeno sei erano i maniaci che gravitavano attorno all’ateneo, e spesso si spingevano persino nei corridoi, per importunare le ragazze e per offrire loro non si sa bene quali avventure galanti.
Uno addirittura seguiva le studentesse sui treni. Due erano stati identificati, si trattava di un quarantenne sedicente ingegnere navale, e di uno studente fuori corso da, ormai, 20 anni, che ancora bazzicava i locali universitari, soprattutto i bagni. Tutti ovviamente furono ben bene interrogati, le loro posizioni attentamente vagliate, ma tra alibi provati e verifiche incrociate, nessuno di quei depravati apparve essere coinvolto con l’assassinio.
Ma la polizia non si fermò ai primi segnalati, e decise di andare in fondo al mondo dei maniaci che troppo spesso avevano importunato, a volte anche pressantemente, le donne sole dell’università e delle vie limitrofe.

università cattolica, piazza sant'Ambrogio


Il Corriere della Sera del 29 luglio titolò: ”Drammatico censimento dei maniaci” – “Una allucinante folla di anormali emerge dalla difficile inchiesta della polizia e dei carabinieri. La presenza di un ambiguo personaggio confermata da due impiegate”.
E proprio quest’ultimo ambiguo personaggio catturò l’attenzione degli investigatori. La testimonianza di due impiegate destò parecchio interesse. Le due donne dissero che il giovedì precedente, durante la pausa pranzo, dalle parti della galleria Borrella (piazza sant’Ambrogio, a due passi dall’ateneo) furono avvicinate da un giovanotto, di circa 25 anni, in pantaloni e camicia. Questo cominciò a seguirle rivolgendo loro frasi indecenti e volgarità a carattere sessuale. La voce era: “eccitata, rauca,…il discorso era osceno”. Il maniaco le seguì fino al portone del loro ufficio, poi scomparve appena le due entrarono nel palazzo.
Il cerchio si strinse attorno a tre depravati che pare avessero bazzicato la Cattolica il sabato mattina del delitto, uno addirittura era stato visto camminare (ma sarà poi stato vero?) sventagliandosi con un indumento intimo femminile. I tre divennero subito i sospettati, e iniziò nei loro confronti una vera caccia al mostro, non solo a Milano, ma anche in provincia, dove questi individui spesso risiedevano, per poi raggiungere la città con le ferrovie Nord.
Nel frattempo, il seminarista Toso, che aveva scoperto il cadavere, venne ascoltato in Procura durante un lungo colloquio col dottor Paolillo, ma come quest’ultimo disse ai giornalisti: “Il ragazzo ha fornito spiegazioni logiche e plausibili del perché fosse entrato nel bagno della scala G.” Quindi, era stato creduto quando aveva raccontato di essere entrato nei gabinetti perché incuriosito da quello scrosciare ininterrotto d’acqua.
Si appurarono inoltre due cose. Innanzitutto Simonetta andò alla Cattolica non per fare un favore ad un’amica, visto che questa confermò sì di averle chiesto alcune dispense, ma ciò era accaduto un mese prima, difficile dire che fosse tornata quel sabato mattina per qualche ulteriore piacere che aveva in mente di farle (e quindi, perché era andata in università? Aveva un appuntamento?). Secondo, prima di andare alla ricerca di quelle dispense di diritto, la poveretta era entrata, per una piccola spesa, in una profumeria di corso Vercelli. La commessa ricordò che all’ingresso c’era accostata una Fiat 500 bianca, ma non seppe dire se aspettava o meno la cliente, né vide se la ragazza, uscita, fosse poi salita sull’utilitaria o se ne fosse andata a piedi (e quindi, quella mattina era con qualcuno?). Insomma due elementi poco chiari, ma che comunque vennero tenuti in giusta considerazione.
Fu vagliata con grande professionalità anche la posizione dei quattro muratori.Vennero ascoltati per un intero pomeriggio, le loro abitazioni perquisite e i loro abiti da lavoro minuziosamente ispezionati. Risultarono decisamente estranei al fatto, e dal loro racconto si stabilì che il maniaco aveva agito prima di mezzogiorno, sfruttando il rumore assordante che i quattro facevano col martello pneumatico.
Il 29 luglio, nella chiesa di piazzale Brescia (vicina alla via Osoppo dove i Ferrero abitavano) si volsero i funerali, ai quali accorsero moltissime persone, compresi i colleghi di lavoro, le crocerossine del volontariato e numeroso personale della Cattolica.

piazzale brescia milano

Purtroppo dei maniaci sospettati nessuna traccia, e le certezza cominciavano a diventare sempre più deboli speranze.
Si trovò e venne sentito un seminarista, tal Bianciardi, che frequentava i treni della Milano - Saronno, sui quali si vantava di abbordare donne sole alla Cattolica. La sua casa venne perquisita, si trovarono diari definiti “allucinanti”. Ma essendo estraneo al tutto, fu ricoverato per accertamenti medici.
Vennero raccolte altre testimonianze, e venne fermato anche un pazzo che si aggirava in largo Gemelli, sotto il sole di trentatré gradi, con un quadro di carattere religioso invocando i santi, in una specie di processione privata. Venne però catalogato come “maniaco a carattere religioso”.
Durante uno degli ultimi sopralluoghi sulla scena del delitto, gli inquirenti trovarono tracce di sangue non della vittima, dal che si ipotizzò che il pazzo si fosse a sua volta ferito, ma anche questa scoperta non portò a nulla.
Dal primo di agosto, la stampa spostò l’attenzione su di un altro “avvenimento”: l’esodo estivo dell’esercito dei vacanzieri. Soliti titoloni tipo: Migliaia in coda ai caselli, le stazioni prese d’assalto, lunghe code sulle principali direttrici per il mare.
Il 3 agosto il Corriere racconta ai pochi milanesi rimasti in città che il maniaco avrebbe avuto tutto il tempo per cambiarsi d’abito, lavarsi e lasciare indisturbato il luogo senza incontrare nessuno. Il giorno seguente, setacciata di nuovo la Cattolica, all’inchiesta si aggiunse il ritrovamento di un fazzoletto, di uno straccio e di un indumento blu.
Ma il 5 agosto la stampa si butta su altro caso terribile: ”Massacrato al casello ferroviario”. Si trattava di un selvaggio delitto allo scalo romana, ma in poche ore venne fermato l’assassino, amico della vittima, che con questa divideva un abituro ricavato tra i magazzini merci abbandonati.
Il caso Cattolica cominciò così ad occupare i tagli bassi o i trafiletti, solo per informare che erano stati sentiti ben 150 sospettati, compresi due lontani parenti.
Poi la stampa dimenticò il terribile avvenimento, e si concentrò sulla situazione invivibile della Milano d’agosto, dove risultava impossibile persino trovare pane e latte a causa delle botteghe chiuse per ferie. A fine mese i giornali ricominciarono a parlare di traffico, causato dal solito ovvio controesodo.
E con la riapertura delle fabbriche, il delitto della Cattolica entrò nella palude dei casi irrisolti, palude dalla quale, ad onor del vero, cercò prepotentemente di uscire nell’autunno del 1993, quando una lettera anonima volle raccontare la “sua” verità circa un prete ormai maturo che all’epoca dei tragici fatti era conosciuto per aver importunato pesantemente alcune ragazze iscritte alla Cattolica.
Furono doverosamente riaperte le indagini, ma il tempo ormai aveva cancellato inesorabilmente qualsiasi possibile riscontro oggettivo.
E sul tutto, fu posta per sempre la pietra tombale.
Ad oggi, il caso di Simonetta Ferrero è rimasto un delitto senza colpevoli, o come si direbbe nel linguaggio dei giallisti, un delitto perfetto.

Fonti

"Corriere della Sera", numeri di luglio e agosto 1971
"La Notte", numeri di luglio e agosto 1971

mauro colombo, copyright:  4 maggio 2005
ultima modifica: luglio 2014
maurocolombomilano@virgilio.it

martedì 15 luglio 2014

L'impianto crematorio del cimitero Monumentale



monumentale cimitero forno crematorio



Pochi anni dopo la sua inaugurazione, all'interno del perimetro del Cimitero Monumentale (vedi articolo sui Cimiteri milanesi) venne edificato il Tempio crematorio, per desiderio (e per elargizione della necessaria somma) dell’industriale massone  Alberto Keller (1800-1874).
Il tempio, progettato dal Maciachini in stile greco-dorico e ancora oggi visitabile in fondo all’asse centrale del cimitero, ospitava inizialmente un rudimentale forno per la cremazione dei cadaveri, uno dei primi in Europa ad entrare in funzione.
Numerosi sono, all'interno dell'edificio, i richiami architettonici alla massoneria, all'epoca  fautrice della pratica crematoria.
monumentale cimitero forno crematorioIl vero e proprio forno, una semplice ara in pietra con fiammelle alimentate da gas illuminante (il gas di città che alimentava all’epoca i lampioni stradali e le abitazioni dei ricchi), fu progettato dagli scienziati Celeste Clericetti e Giovanni Polli, ed inaugurato il 22 febbraio 1876 proprio con la cremazione (il primo caso in Italia) delle spoglie mummificate del Keller, morto ormai da due anni.

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Il rito fu autorizzato dal neo ministro degli interni Nicotera (del nuovo governo di sinistra Depretis, sorto dopo la caduta della destra storica).
Alla prima cremazione, ne seguì una seconda con scarsi risultati; il 17 marzo 1877 il terzo esperimento (fu cremato un vecchio morto all'ospedale per senilità) diede risultati ancora insoddisfacenti, visto che al termine del procedimento (due ore e mezza e troppo costoso, a detta del Corriere della Sera) il peso della salma era superiore ai 3 chili, il doppio di quanto ci si aspettasse.
Nel 1878 venne dedicata un’area per la raccolta delle urne cinerarie.

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Il nuovo sistema Gorini


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Lo scienzato Paolo Gorini (1813-1881, clicca per la sua biografia), dopo essersi interessato per anni alle tecniche di conservazione dei cadaveri (suo il metodo della “pietrificazione”), trovò il sistema crematorio applicato al Keller antiquato e non razionale.

Studiando e sperimentando nuove tecniche, giunse a perfezionare il sistema poi conosciuto come “metodo Gorini”: la cremazione avveniva con fascine di pioppo o altra legna dolce sul principio della fiamma indiretta; la salma, era spinta all’interno del forno per scorrimento su rotelle. Poi veniva investita orizzontalmente per tutta la sua lunghezza dalla testa ai piedi dalle fiamme generate da una fornace a legna sistemata dietro e sotto il capo stesso. Il camino del fumo scendeva dapprima in basso sotto i
piedi della salma per poi salire nel fumaiolo. All’inizio di questo una seconda piccola fornace a legna bruciava ogni residuo. Il consumo era di circa due quintali di legna per la durata di due ore.

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Il suo principio crematorio fu applicato dal 1877 presso il cimitero di Riolo, a Lodi.

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Successivamente, il metodo Gorini venne ripreso al Monumentale di Milano, soppiantando il vecchio sistema Clericetti-Polli, che non era mai riuscito a dare risultati ottimali.
Per cercare di contrastare il fenomeno della cremazione (che sempre più persone sceglievano richiedendo ciò nel proprio testamento), uscì a Milano nel 1885 un libretto del sacerdote Giacomo Scurati: "Se sia lecito abbruciare i morti". Nell'opera, si legge una forte critica alla cremazione e un richiamo alla pratica della sepoltura di origine cristiana. Non mancavano descrizioni e immagini al limite del "pulp", volte a risvegliare le coscienze dei lettori, come questa raffigurazione fortemente critica del tempio milanese e del forno Gorini:


monumentale cimitero forno crematorio

 
Nel 1896, l'architetto Augusto Guidini ampliò l'edifìcio, aggiungendo verso il retro una nuova sala, capace di ospitare ben quattro forni metodo Gorini, chiusi da battenti in materiale refrattario.
Gli stessi che, ormai in disuso dagli anni settanta, possiamo ancora vedere in stato di abbandono, come testimoniano le mie foto scattate nel giugno 2014.


monumentale cimitero forno crematorio



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Bibliografia


Gorini, P. "Sulla purificazione dei morti per mezzo del fuoco. Considerazioni, sperimenti e proposte" Milano, N. Battezzati, 1876
Scurati G. "Se sia lecito abbruciare i morti", Milano, Tipografia S.Giuseppe, via S.Calocero, 1885
Corriere della Sera, 18 marzo 1877


Mauro Colombo
luglio 2014
ultimo aggiornamento: giugno 2017
maurocolombomilano@virgilio.it