La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

venerdì 27 giugno 2014

Bartolomeo Arese e la sua biblioteca giuridica

Bartolomeo Arese




Bartolomeo Arese nacque a Milano nel 1610 da una famiglia senatoria cittadina, imparentata con altre casate patrizie lombarde.
Suo padre Giulio Arese, giureconsulto collegiato, aveva compiuto un esemplare percorso nell'alta burocrazia del ducato, ed era figlio di Marco Antonio Arese e Ippolita Claro, figlia questa di Giulio Claro (1525-1575), celebre giurista alessandrino, conosciuto per l'opera "Liber quintus sententiarum", vero vademecum del diritto criminale dal Cinquecento in avanti.

Dopo aver frequentato il collegio dei gesuiti di Brera, anche Bartolomeo si iscrisse giovanissimo alla facoltà giuridica dell'università di Pavia, dove si addottorò. Successivamente fu ammesso a far parte del collegio dei giureconsulti di Milano, ed in un primo tempo esercitò con successo l'avvocatura.
Nel frattempo il padre Giulio era diventato membro del  Senato, all'epoca organo giurisdizionale di massima istanza per il Ducato di Milano, poi presidente del magistrato dei redditi ordinari e consigliere segreto. 
Completò il cursus honorum ottenendo la carica di Presidente del Senato nel 1619.
Nel 1626 il padre aveva acquistato Castellambro, onde acquisirne il titolo comitale. Il privilegio sovrano di concessione arrivò tuttavia poco dopo la sua morte, sicché fu proprio Bartolomeo a potersi fregiare per primo del titolo di conte. Questi ottenne nel campo giuridico numerose soddisfazioni, prima delle quali l'assegnazione del seggio paterno tra i sessanta decurioni perpetui della città.
Medaglia di Bartolomeo Arese (recto)Nel 1636 Bartolomeo ricoprì l'incarico biennale di Capitano di giustizia, e si dice addirittura che, al fine di vegliare sull'ordine pubblico, passasse la notte aggirandosi per le vie della città accompagnato da una scorta di armati per sedare risse e disordini.
Nel 1641 ottenne finalmente un posto in Senato, del quale divenne Presidente nel 1660. Dall'alto di tale incarico si sforzò di reprimere le illegalità, le vendette, i duelli.
Sul  piano letterario si distinse per la compilazione di numerose raccolte manoscritte di giurisprudenza senatoria e di collezioni di pronunce del magistrato dei redditi ordinari.

 

Il palazzo Arese-Borromeo-Litta di corso Magenta


Sua dimora cittadina era il palazzo fatto realizzare nel 1648 in corso di porta Vercellina (oggi corso Magenta) su progetto di Francesco Maria Richini (per ragioni successorie, conosciuto oggi come Palazzo Arese-Borromeo-Litta). 



Il palazzo, che in origine si protendeva con rustici e giardini fin quasi al Castello (privilegio urbanistico che mantenne fino alla costruzione dei palazzi di Foro Bonaparte), fu celebre all'epoca per i fastosi ricevimenti che il conte Arese amava dare.
Il più mondano fu quello organizzato in occasione della sosta milanese di Maria Anna d'Austria (1649), che andava sposa di Filippo IV di Spagna. Per l'avvenimento Bartolomeo fece costruire una galleria verso il giardino, con le pareti ricoperte di broccato d'oro e quadri, e "di quando in quando si incontravano fontane d'onde zampillavano acque odorose. Da un momento all'altro, come per incanto comparvero le tavole apprestate per una sontuosa cena. Agli ospiti il padrone di casa presentò splendidi regali: al re d'Ungheria un quadro d'autore insigne, alla regina un cestello d'oro, alle dame oggetti preziosi d'ogni qualità".
La sontuosa dimora verrà poi completata e arricchita dai discendenti di casa Arese, che le seppero dare lustro facendo erigere il famosissimo scalone scenografico opera del Merli e la facciata di Bartolomeo Bolli. 







Per la villeggiatura Bartolomeo Arese  fece realizzare nella Pieve di Seveso una magnifica villa con uno splendido giardino, oggi conosciuto come Palazzo Arese Borromeo, nel Comune di Cesano Maderno.

Meno fortuna ebbe invece sul piano familiare: dei tre figli avuti dalla consorte Lucrezia Omodei, l'unico maschio morì in giovane età, all'inizio della carriera giudica; le due femmine andarono spose l'una al conte Renato Borromeo, l'altra al conte Fabio Visconti.
L'Arese morì nel 1674, e le sue spoglie furono deposte nella chiesa di S. Vittore al Corpo, dove  aveva fatto realizzare qualche anno prima una cappella di famiglia (la sesta cappella nella navata destra), su progetto dell'architetto Girolamo Quadrio, con sculture di Giuseppe Vismara.

Il lascito testamentario in favore del Senato milanese

Il 24 settembre 1671 il conte Bartolomeo Arese, prevedendo ormai di morire senza lasciare eredi maschi, dispose con testamento rogato dal notaio Annoni che al Senato milanese, di cui era stato membro e presidente, e dal quale aveva ricevuto enormi soddisfazioni professionali e prestigioso riconoscimento, andasse la maggior parte dei libri giuridici che la sua vasta cultura e le cospicue finanze gli avevano permesso di raccogliere. 

Secondo le sue ultime volontà, al momento della morte il segretario del Senato (o il prefetto della biblioteca senatoria) avrebbe dovuto stilare un preciso elenco dei libri di carattere giuridico lasciati dal conte, di modo che tutti i testi che fossero risultati mancanti alla biblioteca del Senato passassero a questo, mentre i "doppioni" (dei quali il tribunale dunque non abbisognava) sarebbero andati ad un nipote, il giureconsulto Agostino Arese.
Bartolomeo dispose anche per i libri non giuridici facenti parte della sua collezione, lasciandoli ad altri soggetti a seconda dell'argomento.
I libri che concretamente entrarono a far parte della biblioteca senatoria vennero marchiati in modo indelebile con l'ex libris del suo munifico proprietario: "Ex dono Co. B. Aresii Praesidis".
Il legato di Bartolomeo Arese seguiva, a distanza di un decennio, quello di un altro illustre presidente del Senato, il marchese Luigi Cusani. Questi, infatti, nel 1659 aveva donato alla medesima biblioteca tutti i propri libri attinenti il diritto.
A seguito di questi due consistenti lasciti, che testimoniano peraltro l'attaccamento e il rispetto che i membri del Senato avevano per l'organo giudiziario di appartenenza, la biblioteca doveva essersi notevolmente sviluppata, tanto da necessitare la stesura di un nuovo catalogo, redatto presumibilmente intorno alla fine del 1688 e stampato col titolo "Nomenclator librorum qui sunt in Bibliotheca Senatus excellentissimi Mediolani ex legato illustrissimorum olim regentium et praesidum d. marchionis Aloysii Cusani et d. comitis Bartholomaei Aresii".
Da tale catalogo, all'interno del quale i libri sono elencati sommariamente con il nome dell'autore e del titolo (o solo quest'ultimo per le opere miscellanee), si apprende che i testi di proprietà del Tribunale assommavano a 1670 ed erano di vario formato, con prevalenza tuttavia di quelli di formato cosiddetto in folio.
Soppresso da Giuseppe II il Senato, tutti i testi presenti nella sua biblioteca furono trasferiti prima alla Corte d'Appello austriaca, successivamente passarono in proprietà del Tribunale d'Appello di Milano (con sede in palazzo Clerici), il quale volle a sua volta stampare nel 1858 un aggiornato "Catalogo della Biblioteca Antica dell'I.R. Tribunale d'Appello in Milano", dal quale si evince che i testi erano di poco aumentati rispetto a quelli posseduti dal Senato dopo i lasciti Cusani ed Arese.
Con l'istituzione, nel 1924, dell'Università degli Studi di Milano, l'intera biblioteca, rivestendo un enorme valore storico-giuridico, fu a questa trasferita, anche se attualmente, dopo l'incendio occorso alla Corte d'Appello e il bombardamento aereo del 24 ottobre 1942, i testi un tempo di così illustri organi giudiziari si sono ridotti a 1168.

Vedi anche l'articolo sul  Senato di Milano.

 

Bibliografia


Bascapè G.C., I palazzi della vecchia Milano, ristampa 1986;


Signorotto, Giovanni Vittorio: Il ruolo politico di Bartolomeo Arese nell'Europa secentesca, Convegno di studi "Mecenatismo culturale e spettacolo al tempo dei conti Bartolomeo Arese e Vitaliano Borromeo. 1650-1690", Cesano Maderno, 13-14 giugno 1998;

Zeppegno, L.: Le chiese di Milano, 1999.

mauro colombo, febbraio 2003 
ultimo aggiornamento: giugno 2014
maurocolombomilano@virgilio.it

lunedì 23 giugno 2014

Palazzo Bolagnos, Viani, Visconti di Modrone-Grazzano



                           

"Cà Bolagna, l'è inscì granda de loggiag el re de Spagna"

L’ubicazione

s.stefano in borgogna
La storia di palazzo Bolagnos, poi Viani, ed infine Visconti di Modrone-Grazzano, comincia all’inizio del Settecento, in Porta Orientale, nella contrada della Cervietta (poi via Cerva 44, e oggi, come ribattezzata recentemente nella sua ultima parte, via Cino del Duca (1)).
La zona era caratterizzata per la presenza di quattro chiese: San Babila, San Romano, Santo Stefano in Borgogna e San Damiano. Le ultime tre persero la loro funzione religiosa tra la fine del settecento e la metà dell’ottocento, e vennero poi demolite negli anni successivi (2).




Nell’isolato compreso tra la via Cerva, il corso di San Romano (oggi corso Monforte), la via di Santo Stefano in Borgogna (oggi solo Borgogna), e il terraggio di San Damiano (oggi via Ronchetti (3)), si trovavano alcune abitazioni nobiliari: casa Pieni, casa Figini, casa Masserati, e casa Serponti.
La  casa da nobile  Figini, d’origine secentesca, è il nucleo principale della costruzione di palazzo Bolagnos, ed era descritta come una grossa casa civile che si sviluppava su due livelli, e che poteva godere di un vasto giardino annesso.
L’edificio passa nei primi anni del settecento al conte Boselli, la cui figlia, Isabella, sposa nel 1708 Giuseppe Bolagnos, che ottiene così l’edificio quale bene dotale.

Giuseppe Bolagnos Navia

Giunto in Italia al seguito di Carlo VI, dal 1710 ottiene la reggenza del Consiglio d’Italia e la luogotenenza della Regia Camera di Napoli.
Ottenuto il diploma di cittadinanza milanese, entra a fare parte del patriziato della città con tutti i privilegi conseguenti (4). Dal 1717 al 1727 è reggente togato per lo Stato di Milano all’interno del Supremo Consiglio di Spagna (nuovo organo che riunì  il Consiglio d’Italia e la Giunta d’Italia).
Nel 1718 è nominato decurione (5). Nello stesso anno l’imperatore gli dona i feudi di Fracchia, Pizzighettone, Regona (6) ed altre terre, col titolo marchionale nella sua persona e con diritto di trasmissione del feudo.

I lavori su casa Figini-Boselli

All’inizio del Settecento, nell’atto costitutivo di dote di Isabella Boselli, l’edificio è descritto come una casa grande da nobile con almeno due appartamenti al primo piano e uno al piano terreno, giardino, stalla, cucine e cantina. L’esistenza del giardino, che occupa la parte di lotto verso il terraggio, è desumibile dall’atto di acquisto della casa Pieni , tanto che al marchese Giovanni Antonio Serponti  che intende estendere la propria residenza sino al confine con la proprietà Boselli, è consentita l’apertura di due finestre, una per piano, con il solo diritto di luce e aria ma non di vista.
Il palazzo che andava così formandosi si estendeva verso la contrada della Cervietta, con una corte d’onore, sicuramente una corte di servizio oltre che un giardino verso il terraggio di San Damiano.
Giuseppe Bolagnos non solo migliorò la proprietà avuta dal suocero, ma iniziò anche ad ingrandirla, rivolgendo le sue mire alle proprietà confinanti.
Nei costumi d’epoca, infatti, il palazzo di città occupava un posto privilegiato tra i monumenti famigliari (palazzi, cappelle gentilizie e ville) che assumevano il valore di segni tangibili di autocelebrazione, monumenti che potessero testimoniare l'antichità e la continuità della presenza della famiglia in quel ristretto gruppo elitario che aveva le credenziali per continuare a occupare o per aspirare a occupare le cariche pubbliche di maggior prestigio, e potere.
Si consideri che un ricco e prestigioso palazzo in città conferiva credibilità e credito al proprietario, consentendogli di ospitare personalità di rilievo, per intrecciare una rete di relazioni ai più alti livelli che potevano fruttare privilegi di varia natura.

La casa Pieni

La casa da nobile Pieni confinava per un lato con la casa Figini-Boselli e come quest’ultima occupava un lotto con due affacci verso strada, sul terraggio di San Damiano e sul corso di Santo Stefano in Borgogna. L’ultimo confine è adiacente da una parte alle proprietà del marchese Serponti (7) e del monastero di Santa Marcellina.
L’immobile, acquistato nel 1713 dal marchese Serponti, viene poi diviso tra il conte Boselli e lo stesso marchese Serponti.
La proprietà Bolagnos si amplia così arricchendosi della quasi totalità della casa Ponti, ad esclusione della corte rustica, del portichetto, della stalla e di un cortiletto di servizio, che restano ai Serponti.
La residenza dopo tali acquisizioni appariva disposta con una pianta a C intorno alla corte nobile di forma quadrilatera e regolare. Il corpo di fabbrica verso il corso di Santo Stefano in Borgogna comprende un  tinello, la  rimessa  e la dispensa . Le stanze dedicate al soggiorno sono situate al piano terreno nella parte più privata del lotto, tra la corte e il giardino, nel corpo di fabbrica parallelo al corso di Santo Stefano in Borgogna.
Qui una  saletta  e due  sale  allineate  comunicano con l’andito che porta al giardino e con un’altra sala in posizione secondaria rispetto alla corte nobile. Verso quest’ultima si affacciano altre due stanze che con la saletta già citata, costituiscono un’altra sequenza verso il giardino, posta perpendicolarmente al corso Santo Stefano.
La corte principale presenta due lati porticati ad arco su colonne in pietra, il primo libero addossato al confine di proprietà con il giardino Bolagnos, mentre il secondo serve la parte di corpo di fabbrica che dà verso la strada della Cervietta. La colonna posta all’incrocio dei due portici in corrispondenza dell’andito di ingresso è stata levata per consentire l’ingresso delle carrozze. La scala principale, in pietra, che conduce al piano superiore è posta nell’angolo sinistro della corte, in asse con il portico.
L’andito d’ingresso al palazzo, collocato nell’estremo destro della fronte verso la contrada della Cervietta, è in asse con un altro andito che introduce al giardino. I due accessi sono collegati mediante uno dei lati porticati della corte, in quattro campate, che mantiene la stessa loro profondità.

La casa Banfi

L’espansione delle proprietà prosegue con l’acquisto da parte di Giuseppe Bolagnos dei lotti contigui alla residenza principale. In questa situazione si può comprendere l’acquisto nel 1726 della casa d’abitazione con  prestino  di miglio, situata all’angolo tra la Cervietta e il corso di San Romano dai fratelli De Banfis .
La proprietà acquistata consta di due corpi edilizi di due piani oltre al sottotetto, organizzati intorno a due corti. L’ingresso, che avviene dal corso di San Romano, immette nella prima corte con un lato porticato al di sotto del quale si trovano le scale che conducono ai piani superiori e alla piccola cantina. I locali al piano terreno (cucina, bottega, forno), sono destinati alla fabbricazione e alla vendita di pane di miglio.
Al primo piano si trovano cinque camere, così al secondo.
Una piccola porta consente il passaggio dalla prima alla seconda corte, dove si trovano la stalla, la rimessa e altre due stanze  al di sotto delle quali sono situate le cantine con volte di cotto. Anche nella seconda corte si trova un  portichetto  sostenuto da una colonna in pietra, al di sotto del quale vi sono il pozzo e le scale per il primo e il secondo piano, entrambi percorsi per due lati da un loggiato.


Carlo Bolagnos

Dopo l’acquisto di casa Banfi, Giuseppe Bolagnos si trasferisce  a Venezia per ragioni connesse ai suoi incarichi amministrativi, e nella città lagunare muore qualche anno più tardi, nel 1732.
Gli succede, come da testamento, il figlio Carlo, già Questore del magistrato delle entrate ordinarie (8), e, occupando il posto del padre secondo le nuove regole di trasmissibilità delle cariche, Decurione.
Come primo intervento sul palazzo di famiglia, egli porta a compimento i lavori finalizzati all’assorbimento delle varie precedenti acquisizioni.
Suoi sono poi gli interventi per dare maggior risalto e prestigio al palazzo così ottenuto.
Approfittando delle ricchezze ottenute, Carlo acquista anche, nelle campagne di Milano, una villa per i soggiorni estivi, che oggi può essere ammirata nel comune di Brugherio, in frazione Moncucco (9).
Carlo muore senza eredi e senza testamento.
Per espressa disposizione del padre, il palazzo di Milano passa dunque, in assenza di discendenza, all’ospedale Maggiore, che ne diventa proprietario nel 1758.

Il marchese Giuseppe Viani

L’anno successivo l’ente ospedaliero lo cede al fine di ottenere liquidità  al migliore offerente (137.000 lire imperiali), il marchese Giuseppe Viani, originario di Pallanza, che entrato a far parte della nobiltà cittadina, ha la necessità, come del resto avevano avuto i Bolagnos e come era usanza invalsa nel periodo, di dotarsi di un palazzo rappresentativo che gli permettesse di mettersi in risalto e di ricevere nei propri saloni gli altri membri dell’aristocrazia cittadina.
Anche il nuovo proprietario, pertanto, inizia ad effettuare una serie di acquisti mirati, cercando di entrare in possesso dei lotti confinanti col palazzo ex-Bolagnos, al fine di aumentarne ulteriormente la superficie.
Il marchese Viani muore  nel 1783, lasciando un’unica figlia, Maria Teresa, la cui tutela passa alla madre, che ne amministra il patrimonio immobiliare con l’obbligo di redigere un inventario completo di tutti i beni caduti in successione.
Maria Teresa sposa un Dugnani, e lascia il palazzo per trasferirsi nella residenza del marito.




I Visconti di Modrone

Nel 1834, Maria Teresa Viani Dugnani vende il complesso immobiliare a don Carlo Finelli, il quale però, pochi anni dopo (è il 1840) lo rivende, per 750.000 lire milanesi, ad Uberto Visconti di Modrone, di nobili origini (i Visconti di Modrone sono un ramo collaterale dei Visconti, signori di Milano) ed affermato imprenditore tessile, nonché mecenate della Scala.


Dopo una serie di spese per ammodernamenti e migliorie, il palazzo diviene fonte di reddito per la nobile famiglia, che decide di affittare i vari appartamenti ricavati nel  palazzo (10).
Tra le opere per rendere più appetibili i sontuosi spazi all’alta borghesia, ricordiamo il riscaldamento degli ambienti e gli impianti idrico-sanitari: ai camini si affiancano le stufe Franklin (11), nella cucina viene posto un camino con tubi per portare l’aria calda all’appartamento, i bagni sono dotati di latrine, di rubinetto per l’acqua fredda e di impianto per l’acqua calda.
Anche le variazioni del gusto dell’arredamento e del modo di abitare hanno influito sulla differente destinazione di alcuni locali. Il frazionamento in unità abitative ha portato ad alcune modifiche nelle parti adibite ai servizi, ma complessivamente nelle descrizioni degli appartamenti si ritrovano ancora in parte gli ambienti dell’articolazione settecentesca.
Tra il 1907 e il 1908 Giuseppe Visconti di Modrone (12), intraprende ulteriori lavori edili di notevole importanza, sia per dividere diversamente le varie unità abitative, sia per migliorarne la fruizione alla luce dei nuovi standard abitativi. I lavori sono progettati dall’architetto Alfredo Campanini (13).
Inoltre, affida a Gersam Turri, pittore legnanese molto conosciuto e apprezzato per la sua abilità nell’interpretare lo stile barocco, l’incarico di affrescare il soffitto del salone da ballo.
Tra le numerose opere pittoriche che l’artista legnanese eseguì in quegli anni in palazzi nobiliari e edifici religiosi, questo è ritenuto il suo capolavoro (14).



Festa da ballo nei primi anni del Novecento

La seconda guerra mondiale

Durante l’ultima guerra, l’edificio venne seriamente danneggiato dai bombardamenti aerei dell’agosto 1943, soprattutto nell’ala verso via Ronchetti.
Nel 1947 i Visconti di Modrone presentano al Comune di Milano un progetto per il recupero funzionale del palazzo nel corpo centrale interno e nell’ala verso la via Ronchetti. Nella richiesta del nulla osta si dichiara che le opere consistono nella ricostruzione di solai, coperture, tavolati e relative rifiniture in modo tale da rendere godibile lo stabile come lo era di fatto prima del crollo.
Della parte di palazzo che si affacciava verso il giardino e verso via Ronchetti in realtà non si è conservato nulla; sull'area si trova ora un edificio contemporaneo che dell’antica fabbrica ha mantenuto solamente labalaustra di pietra.
I lavori apportano sostanziali modifiche ad alcuni corpi scala dell’intero palazzo, per l’installazione di ascensori, d’impianti di riscaldamento e di canne di caduta per la raccolta dei rifiuti.
Il 21 ottobre 1958 avviene l’atto di vendita da Edoardo Visconti di Modrone ed eredi, alla immobiliare Lonate S.p.a.
Con quest’ultimo atto notarile la proprietà del palazzo cessa di essere, dopo più di 250 anni, motivo di orgoglio e vanto per le varie famiglie del patriziato milanese.

Bibliografia

Mascione, Maria, Palazzo Bolagnos, Viani, Visconti di Modrone a Milano
Bascapè, Giacomo C., I palazzi della vecchia Milano, Milano, Hoepli 1945
De Carlo, Valentino, Le strade di Milano, Milano, Newton & Compton 1998
Lanza, Attilia - Somarè, Marilea, Milano e i suoi palazzi, Milano, Libreria Milanese 2001
Latuada, Serviliano Descrizione di Milano – tomo primo, Milano 1737
Mezzanotte, Paolo, Itinerari sentimentali per le contrade di Milano, 4 voll., Milano, E. Milli 1955-58 (Edizione fuori commercio per la Banca Popolare di Milano)
Pellegrino, Bruno, Così era Milano - Porta Orientale, Milano, Libreria Milanese, 1991
Porta, Carlo, Poesie edite ed inedite, Milano, Hoepli 1946



mauro colombo, 2010
ultimo aggiornamento: giugno 2014
maurocolombomilano@virgilio.it


Note:

1) Al n. 2 dell’attuale via Cino del Duca (editore fondatore del quotidiano Il Giorno), ricordiamo la casa in mattonato ove ebbe i natali il poeta Giovanni Berchet (nato, appunto, alla Cervietta).
 2) San Romano, era un’antica chiesa del IX secolo, posta dietro l’abside di san Babila. Soppressa in epoca giuseppina, fu in parte demolita nel 1797, e in parte trasformata in osteria e locanda, dove si dice andasse a mangiare il giovane Giuseppe Verdi. Fu poi definitivamente demolita alla fine dell’ottocento.
Santo Stefano in Borgogna, elencata tra le parrocchie di porta orientale nel XV secolo, amministrava un numero di anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, pari a 710. Con il nuovo compartimento territoriale delle parrocchie della città e dei Corpi Santi di Milano che ebbe pieno effetto dal 25 dicembre 1787, la parrocchia di Santo Stefano in Borgogna fu soppressa e unita alla parrocchia di Santo Stefano maggiore. La chiesa fu sconsacrata a metà ottocento, e divenne deposito di legname. Anche per tale ragione, la via Santo Stefano in Borgogna assunse con delibera del 1865 la dicitura di via Borgogna. Nell’ottica del rifacimento della via, la chiesa fu demolita al termine della prima guerra mondiale.
San Damiano, antica chiesa edificata a ridosso della pusterla a difesa del ponte che permetteva al corso di San Romano di scavalcare il naviglio, diede il nome al terraggio che si elevava alle sue spalle. Soppressa nella seconda metà dell’ottocento, venne abbattuta nel 1921.
3) Il terraggio di San Damiano venne ribattezzato e dedicato ad Anselmo Ronchetti, famoso calzolaio dei primi decenni dell’ottocento, che aveva la bottega in zona. Una lapide, purtroppo rimossa e ormai perduta, ricordava l’esatta ubicazione dei locali da lui occupati.
Era famoso per essere frequentato da illustri personaggi, tra i quali lo stesso Napoleone. Il Porta, regalandogli la sua raccolta di poesie nell’edizione del 1817, gli fece questa dedica, con tanto di sonetto: “L’autore all’amico Ronchetti, in segno di amicizia e di vera gratitudine universalmente da esso sentita dalla testa fino ai piedi:
Se il mio capo sul busto torreggia,
E s’atteggia – al cangiar degli oggetti,
Sol lo ebbe alla forza del piè;
Ma se il piè regge franco e passeggia
A chi reggia – non v’è, mio Ronchetti,
Che alle scarpe e a stivali di te.” 
4) Entrare nel Patriziato milanese significava poter dimostrare di aver abitato in Milano e aver vissuto more nobilium per più generazioni, ma non infrequenti erano forzature per ottenere facilitazioni e corsie preferenziali.
5) I Decurioni erano i membri del Consiglio generale dei 60, organo amministrativo e giudiziario formato da 60 rappresentanti della città, 10 per ogni porta cittadina. Tale organo, nato in epoca sforzesca, fu mantenuto durante la dominazione spagnola, che però modificò i requisiti personali per accedervi:  appartenere al patriziato milanese, non avere debiti o cause pendenti con la città, avere un’età non inferiore ai 35 anni. Inoltre, rese le cariche da elettive ad ereditarie, con trasmissibilità tra padre e figlio. Oltre al compito di nominare i membri di altri organi, il Consiglio era investito di altre competenze, che spaziavano dalle questioni di ordinaria amministrazione a quelle di più vasta importanza e di interesse generale. Decideva della concessione di terreni della città ad enti religiosi e a privati a scopo “di ornato e di culto”, si occupava della manutenzione di acque e canali, dell’ordine pubblico e del vettovagliamento, costituiva commissioni decurionali incaricate di affrontare questioni particolari, organizzava la rappresentanza della città nelle celebrazioni solenni religiose e civili, si batteva per difendere gli interessi locali presso la corte e nei rapporti con le maggiori autorità ecclesiastiche, nominando e inviando ambasciatori.
Risparmiato dal ritorno degli austriaci, non sopravvisse al rivoluzionario Napoleone, che lo abolì con decreto del 30 florile anno IV (19 maggio 1796).
6) Comuni e frazioni oggi appartenenti alla provincia di Cremona.
7) I Serponti erano un’antica famiglia milanese di origine germanica, e a donna Maria Serponti, il giovane Parini dedicò nel 1757 un libretto di poesie.
8) Il Magistrato delle entrate ordinarie (organo istituito in epoca visconteo-sforzesca e mantenuto dagli Spagnoli)  si componeva di un presidente e di sei questori: tre di toga, incaricati dell’esame delle questioni di carattere giuridico, e tre di cappa e spada, ai quali erano invece attribuite funzioni di ordinaria amministrazione e di vigilanza sull’applicazione ed esecuzione degli ordini impartiti.
I membri del Magistrato ordinario, quasi interamente patrizi milanesi, occupavano (nella gerarchia dei poteri) una posizione immediatamente successiva a quella dei Senatori, e  la carica di presidente di entrambe le magistrature (ordinaria e straordinaria) garantiva la dignità necessaria per poter accedere al Senato. Il Magistrato ordinario era competente in qualsiasi materia economica e finanziaria. Esso svolgeva una parte preponderante nella preparazione dei progetti di legge che avessero attinenza con le finanze.
9) La villa, che Carlo Bolagnos acquistò dal marchese Silva nel 1733, era una tipica costruzione con pianta ad U, circondata da un giardino all’italiana dove svagarsi e dove cacciare. La villa passò poi agli Andreani, che la elessero sede della loro pinacoteca. Paolo  Andreani, peraltro, appassionato di volo sperimentale, fu il primo italiano a riuscire, con una mongolfiera ispirata a quella dei Montgolfier, a staccarsi dal suolo, durante un esperimento che si svolse proprio nel giardino della villa, nel 1784.
10)  La famiglia Visconti di Modrone aveva il proprio palazzo cittadino poco distante, dove oggi c’è il civico 28 della via Cerva. Il nobile palazzo, famoso per le sue sale e il suo giardino con affaccio sul naviglio, fu distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra, e al suo posto venne innalzato un moderno edificio, che ha inglobato, qua e là,
alcuni elementi architettonici recuperati, tra i quali la celebre balaustra, oggi visibile dalla via Visconti di Modrone          
11)  Il caminetto-stufa ideato da Benjamin Franklin alla fine del settecento, detto anche caminetto di Pennsylvania, risolse il problema della risalita dei fumi nelle canne fumarie, evitando il ritorno di fumo nell’ambiente tipico dei camini.
12) Giuseppe Visconti di Modrone, entrato a far parte delle industrie tessili di famiglia, fu durante l’epoca fascista Podestà di Milano, distinguendosi per l’interessamento che ebbe nei confronti di due istituzioni storiche: la Scala e il Conservatorio. Sposò Carla Erba (nipote dell’industriale farmaceutico), e dal matrimonio nacque il regista Luchino.
È ricordato anche per aver fatto edificare nel borgo di Grazzano (Piacenza), del cui castello era entrato in possesso acquisendo così il titolo nobiliare di duca di Grazzano (1937) un curioso villaggio in stile tardomedievale.
Appassionato del nuovo sport arrivato dall’Inghilterra, il football, fu tra i fondatori dell’Inter, della quale rimase per alcuni anni presidente.
13)  Alfredo Campanini fu un significativo interprete del genere Liberty. A Milano, celebre l’edificio che progettò per sua dimora, in via Bellini 11, dietro Santa Maria della Passione.
14) Tra gli altri interventi del Turri (1879-1949) in ambiente milanese, si segnala il ciclo di affreschi di casa Belloni, dell’architetto Magistretti, in via della Spiga 20; casa Durini, in via Guastalla 5; casa Silvestri in corso Venezia 17.

giovedì 19 giugno 2014

Il Senato di Milano



Il Senato di Milano fu uno dei più potenti tribunali di massima istanza a livello europeo, così temuto e prestigioso da tenere testa alle varie dominazione che governarono Milano nel corso di tre secoli, dal XVI al XVIII.

 

I suoi membri furono sempre personaggi di spicco, provenienti dalle più illustri famiglie milanesi e lombarde.
Il Senato fu creato per volere di Luigi XII d'Orleans, con l'editto di Vigevano dell'11  novembre 1499. Suo desiderio era infatti quello, sconfitto Ludovico il Moro e avanzando pretese sul ducato milanese in qualità di discendente di Valentina Visconti, di riorganizzare il sistema giudiziario secondo le nuove esigenze governative.
Il nuovo e potentissimo organo, chiamato latinamente Senatus e che andava a sostituire sia il consilium secretum sia il consilium iustitiae di stampo visconteo-sforzesco, ottenne una vasta serie di prerogative, ben maggiori di quelle detenute dai due consigli soppressi.
Accanto al diritto d'interinazione, cioè il diritto di confermare e far eseguire gli atti del sovrano, il Senatus fu depositario fin dall'inizio dell'amministrazione della giustizia, intesa più che come gestione diretta delle singole cause (cosa che faceva solo in parte) soprattutto come controllore delle magistrature inferiori presenti nel ducato.
All'atto della creazione ne dovevano far parte diciassette membri (detti Senatores), scelti tra i personaggi di spicco della città, e che già avevano fatto parte dei consigli sforzeschi. Accanto a questi membri milanesi sedevano alcuni francesi, uomini di fiducia di Filippo.
Col tempo però il numero dei senatori andò aumentando, e già nel 1535, con il definitivo passaggio di Milano nell'orbita dell'impero, si erano attestati a ventisette, oltre al presidente. Vi erano dunque nove cavalieri, cinque prelati e tredici giureconsulti, questi ultimi tutti lombardi, secondo la volontà dell'ultimo Sforza, Francesco II. 
Come era facile che accadesse, i senatori giuristi, proprio a causa della loro estrazione culturale, presero il sopravvento sui membri laici, e si arrogarono il diritto di riservarsi le attribuzioni prettamente giurisdizionali, e col passare degli anni i membri non giuristi persero progressivamente d'importanza. 
Questi dottori del diritto provenivano tutti dal patriziato milanese, all'interno del quale lo studio e la pratica giuridica erano intesi come massima forma di prestigio e potere. 
Anzi, in pieno Seicento la maggiore aspirazione di un nobile giureconsulto collegiato lombardo era proprio quella di entrare tra il numero dei senatori, con la speranza, magari, di raggiungere la più prestigiosa carica: la presidenza.
Quando nel 1541 furono promulgate dall'imperatore le Nuove Costituzioni, compilazione di leggi elaborata da una commissione di esperti con la finalità di organizzare in una sorta di testo unico le miriadi di decreti viscontei e sforzeschi (diventerà la legislazione provinciale fino a tutto il XVIII secolo), il secondo titolo del primo libro fu dedicato alle prerogative del Senato, in pratica ricalcando l'editto di Vigevano. 


I poteri del Senato
In materia di diritto civile, il Senato era competente in primo grado a decidere su controversie relative a cause ritenute ardue o di alto valore economico, in materia di confini tra fondi, in diritto di famiglia e successorio, nomina di tutori, rapporti obbligatori tra privati, e in materia di cause feudali: "Cognoscet(que) Senatus de causisi marchionatuum, comitatuum et quorumqumque feudorum, sive lis et contentio oriatur inter principem et vassallos, et seu inter ipsos vassalos". In tal modo la giurisdizione venne definitivamente tolta ai pares curiae, cioè ai vassalli dipendenti da uno stesso signore, o al dominus.
Inoltre, era giudice d'appello per le sentenze emesse dalle altre magistrature superiori del ducato, e corte di ultima istanza per ogni reclamo avverso giudicati di grado inferiore.
In materia di diritto criminale, il Senato aveva ogni e più ampio potere discrezionale, con l'unica (certa) esclusione della concessione della grazia, potere riservato al principe.
Quando il caso non era direttamente sottoposto al Senato, a questo comunque spettava l'ultima decisione per i giudizi istruiti nello Stato per i reati comportanti pene corporali, pena di morte e confisca dei beni.
Tutti i giudici inferiori della città, primo tra tutti il Capitano di giustizia, dovevano settimanalmente recarsi presso il Senato onde relazionare le cause trattate . Per queste incombenze era di norma addetto il senatore di turno, che riceveva e sentenziava direttamente in casa propria, mentre la decisione collegiale, presa cioè durante la riunione di tutti i senatori, era riservata alle cause delicate o estremamente controverse.
Infine, tra i residuali compiti attribuiti al collegio, vi era quello di amministrare l'università di Pavia (dove "nascevano" i giuristi lombardi dell'epoca), la censura dei libri stampati nel Ducato, e la tutela della salute pubblica, sovrintendendo sull'operato del magistrato di sanità.
Per comprendere l'enorme potere di cui questo supremo tribunale godeva, si pensi che poteva modificare o disapplicare la legge nel caso concreto sottopostogli, potere che sfociava dunque nella capacità di creare nuove norme. Accadde così sempre più spesso che il Senato (come del resto i grandi tribunali dell'epoca: la Rota romana, il S.R. Consiglio di Napoli), pur dovendo in teoria solo applicare la legge, si arrogò in pratica il potere legislativo, potendosi allontanare discrezionalmente dalle norme scritte e seguendo i dettami dell'equitas.
Questo modo di operare era tollerato dal potere politico, se non addirittura autorizzato, dato che, comunque, senza tale potere discrezionale i giudici avrebbero non poco faticato nel venire a capo delle lacune e delle incongruenze del diritto vigente, sempre minato dall'eccessiva frammentazione delle fonti, della procedura macchinosa e dalla difficoltà di comprensione delle norme.
Lo spirito di onnipotenza che aleggiava sul Senato lo spinse a mostrarsi in più di un'occasione insofferente nei confronti del sovrano, quest'ultimo quasi sottomesso, in certi campi, proprio a causa del già menzionato diritto d'interinazione senatoriale.
Si pensi che del Senato si arrivò ad affermare che giudicava "ut principes" e che sentenziava "divino quoddam efflatu" (Cavanna). Il Senato infatti guardava alla verità del fatto, piuttosto che alle leggi, e poteva condannare a morte sulla base di indizi e senza prova certa legale.
Le sentenze del Senato, non motivate, avevano valore di precedenti, e dovevano rispettarsi nel futuro come fossero vere e proprie leggi, secondo una interpretazione compiacente ricavata da un passo del Digesto.

Inoltre, le sentenze dei tribunali inferiori contrarie ai precedenti del Senato erano bollate come "iniustae" e di conseguenza riformate. Per questa ragione il Senato milanese vide nascere raccolte a stampa di sue decisiones (sentenze), come succedeva per gli altri tribunali centrali presenti nelle varie realtà politiche italiane.

Ad occuparsi della raccolta e della diffusione delle sentenze in un mercato librario in forte crescita erano di norma gli stessi alti giudici innanzi ai quali le cause erano state discusse, oppure persone comunque vicine agli ambienti giudiziari.
Se con Carlo V il Senato aveva ottenuto, se possibile, ancora più potere, con Filippo II dovette scontrasi più volte, intenzionato questo a mettere un freno allo strapotere e agli abusi tanto ricorrenti del sistema della burocrazia lombarda. Ciononostante, il sovrano mantenne sempre, per rispetto e per opportunità, le prerogative dei senatori, cercando di mediare e bilanciare i loro poteri con quelli spettanti al Governatore.
Vero schiaffo fu l'emanazione dei cosiddetti ordini di Tomar, che Filippo II promulgò nel 1581, col fine di correggere le disfunzioni legislative ed evitare i conflitti tra poteri, non senza espliciti rimproveri all'abuso di potere di cui il Senato quotidianamente si macchiava.
Ma anche in quella occasione il Senato seppe rispondere per le rime e tenere testa alla corona. 

Il lavoro quotidiano 

Le cause sottoposte all'attenzione del Senato erano migliaia, sia civili che penali. Ciò, come detto, era dovuto al fatto che oltre a conoscere direttamente le cause nelle materie prestabilite, spessissimo avocava a sé cause di altri giudici inferiori. Inoltre, soprattutto in campo civile, era solito spedire ordini, detti rescritti, a tali giudici, con le istruzioni di merito o processuali per dirimere le controversie innanzi a loro pendenti.
Le parti processuali chiedevano poi in continuazione il parere senatoriale sulle cause che le vedevano coinvolte presso i giudici minori.


Per questo la mole di lavoro che gravava sui singoli membri era enorme, pur coadiuvati da decine di cancellieri e segretari, che si occupavano della stesura degli atti e alla conservazione dei documenti.
I senatori, tra l'altro, nel Seicento si erano ridotti al numero di 15, compreso il presidente, ma tale numero dovrebbe essere in realtà ridotto, se si considera che concretamente erano assai meno i membri davvero operanti. Infatti i due di prima nomina erano inviati per due anni presso le preture di Pavia e Cremona, molti erano anziani o addirittura impossibilitati causa salute a prestare servizio, essendo la carica attribuita a vita, senza contare che ad ogni epidemia di peste la situazione si faceva molto precaria.
Il sistema comunque poteva reggere grazie alla trattazione delle cause operata disgiuntamente, dal singolo senatore
Come detto il consesso interveniva solo per le cause maggiori, sulla base della istruttoria preparata del senatore di turno o "di lettura".
Il collegio sedeva in tale occasioni nell'aula predisposta nel piano nobile del palazzo regio ducale, in giorni ed orari prestabiliti. Qui, fattisi un'idea della causa, discutevano e votavano, esprimendo la motivazione a turno ed in latino. 

Il declino settecentesco 

Il Settecento segnò per la città la fine di un'epoca e l'inizio di una nuova stagione.
Quando infatti, a partire dal 1706, il Ducato divenne provincia dell'impero asburgico, il Senato cominciò a rivelarsi eccessivamente arroccato su posizioni ormai superate, ostinandosi a sbandierare il potere che gli derivava direttamente dalle Nuove Costituzioni.
Nel 1740, salita al trono Maria Teresa, venne varata una linea riformistica della struttura statale, all'interno della quale non poteva esserci ancora posto per il Senatus Excellentissimus Mediolani e per i suoi ordines.
L'istituzione milanese (ed il suo modus operandi) era ormai bersaglio anche degli scritti illuministici, tra i quali si devono ricordare le opere del Beccaria, dei fratelli Verri, ed in generale gli articoli prodotti in seno al gruppo "Il caffè".
Fu però Giuseppe II ad intervenire radicalmente: nel 1786 il supremo tribunale venne abolito con editto dell'undici febbraio. Vennero anche abrogate le Nuove Costituzioni e riformata la procedura criminale.
Davanti a tutti quegli sconvolgimenti, il Verri scrisse: "Giuseppe Secondo conobbe che il sistema era viziato; ma non conobbe che una contemporanea ed universale distruzione delle leggi e delle pratiche d'un paese è un rimedio peggior del male. Si videro i senatori senza alcuna distinzione e mutato titolo, andare avviliti al nuovo tribunale. Nuova forma, metodi, vocaboli, ebbero  i tribunali di giustizia".
Scriverà poi, parlando di quegli anni ricchi di cambiamenti, il Cattaneo: "Si abolirono le preture feudali, s'abolì un Senato, sul quale pesava la memoria di supplizii iniqui e crudeli (…), si abolì la tortura, che puniva nell'innocente i delitti dell'ignoto, sparvero le fruste, le tenaglie infocate, le orribili rote, l'inquisizione".
Morì così un'istituzione milanese, che nel bene e nel male era stata la protagonista indiscussa per quasi tre secoli. 

Di seguito indichiamo i nomi dei Senatori che furono Presidenti del Senato, segnalando la relativa data di investitura. Si tenga presente che la carica era concessa a vita.
I PRESIDENTI DEL SENATO DI MILANO
Data di investitura
Senatore
1° marzo 1531
Giacomo Filippo Sacchi
24 ottobre 1550
Marco Barbavara
17 dicembre 1552
Pietro Paolo Arrigoni
1° settembre 1565
Gabriele Casati
18 novembre 1569
Giovanni Battista Rainoldi
11 dicembre 1587
Giacomo Riccardi
21 febbraio 1597
Bartolomeo Brugnoli
18 febbraio 1604
Giacomo Mainoldi
15 novembre 1612
Agostino Domenico Squarciafico
31 gennaio 1619
Giulio Arese
29 giugno 1627
Giovanni Battista Trotti
30 maggio 1641
Ottaviano Picenardi
15 dicembre 1646
m. Luigi Cusani
17 novembre 1660
c. Bartolomeo Arese
24 giugno 1675
c. Carlo Belloni
24 marzo 1683
Luca Pertusati
6 febbraio 1697
Giorgio Clerici
1706
c. Luca Pertusati
9 aprile 1711
m. Giorgio Clerici
10 dicembre 1733
c. Carlo Pertusati
25 gennaio 1734
m. Carlo Castiglioni
29 settembre 1736
c. Carlo Pertusati
25 agosto 1751
m. Giovanni Corrado de Olivera

Vedi anche l'articolo su   Bartolomeo Arese
Sulla sede del Senato vedi: Palazzo Reale dagli Spagnoli ai Savoia

Bibliografia

AA. VV.: Bibliotheca Senatus mediolanensis, 2002;
Cattaneo, C.: Notizie naturali e civile su la Lombardia (1844) in Scritti su Milano e la Lombardia, 1990;
Cavanna, A.: La codificazione penale lombarda, 1975;
Massetto, G.P.: Saggi di storia del diritto penale lombardo, 1994;
Petronio, U.: Il Senato di Milano, 1972;
Tra le molte raccolte di pronunce senatorie:
- Ordines excellentiss. Senatus Mediolani editi circa eiusdem decreta fienda in civilibus causis et criminalibus, necnon de iis quae per iudices huius Dominij in memoratis causis servari debent, 1580;
- Ordines excellentissimi Senatus mediolani ab anno MCDXC usque ad annum MDCXXXIX collecti et scholiis ornati ab olim j.c. Angelo Stephano Garono. (…), 1743.

mauro colombo
2001
ultima modifica: giugno 2014
maurocolombomilano@virgilio.it