La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

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martedì 23 dicembre 2014

L’assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza




Galeazzo Maria nacque a Fermo il 14 gennaio 1444, alle ore 21, primogenito di una delle coppie più determinanti per la storia milanese, convolata a nozze il 24 ottobre 1441: Bianca Maria Visconti, ultima discendente legittimata della casata che aveva governato la città per quasi due secoli, e Francesco Sforza, primo signore di Milano ad appartenere ad una nuova dinastia, che, terza in ordine di tempo, deciderà le sorti cittadine prima dell’inizio dei lunghi domini stranieri. 

All’ombra del padre

Il piccolo Galeazzo fece il suo arrivo a Milano all’età di sei anni, quando, in braccio alla madre, trionfalmente la città festeggiava e salutava, quale nuovo signore, il padre Francesco Sforza. A tredici anni venne mandato da Borso d’Este, con un folto seguito di medici e precettori, per intraprendere gli studi degni di un futuro duca: lettere italiane, francesi e latine; filosofia, musica, arte, matematica e scienze dei cieli. Senza naturalmente dimenticare le importanti lezioni per diventare un provetto cavallerizzo, cacciatore, danzatore. All’arte della guerra, preferì pensarci direttamente il padre, all’epoca vero ed indiscusso maestro.
La vita sentimentale di Galeazzo Maria doveva inizialmente prendere una svolta con il matrimonio combinato con Susanna Gonzaga, casata alla quale Francesco Sforza molto doveva per i fatti d’arme contro i Veneziani, ma il tutto naufragò a causa di insormontabili difetti fisici della sposa (la poveretta era gobba, come del resto molti membri della famiglia Gonzaga, e finì con l’andare in convento). Neppure il secondo tentativo con la sorella minore di Susanna, Dorotea, andò in porto: stavolta ci si mise lo stesso Francesco che, mutata la condizione politica, non aveva più interesse ad imparentarsi con i signori di Mantova, ormai reputata capitale di uno staterello prettamente agricolo. Così, venne fatta passare per gobba anche Dorotea (che a dire delle cronache, gobba non era, ma che abili visite mediche “di parte” descrissero come destinata alla gibbosità), la quale morì poi alla giovane età di 23 anni. 
Il giovane Galeazzo venne allora promesso in sposo alla giovane Bona di Savoia, sorella di Carlotta di Savoia, seconda moglie del re di Francia Luigi XI: una parentela decisamente ambita, quella col re di Francia, che Francesco volle guadagnarsi a tutti i costi, tant’è che mandò in soccorso del re, nel 1465 sotto l’assedio di feudatari ribelli, il proprio esercito capitanato dal primogenito Galeazzo. Non fu una grande impresa militare, anzi, per Galeazzo sembrava inventata apposta per dargli, sulla scena internazionale, quella fama militare che ancora non aveva. Pochissimi pericoli, e un buon numero di capitani sforzeschi pronti a difenderlo e ad assumersi i rischi veri. Ma tant’è, fu un successo sforzesco, e una grande entreè sulla scena del ventunenne erede del ducato di Milano. Che però, proprio ai massimi trionfi in suolo francese, fu informato della morte del padre, spentosi l’8 marzo del 1466. Fu una vera fortuna, e una vera impresa, il riuscire a rientrare a Milano, dopo l’agguato subito alla Novalesa, nei pressi di Susa, a causa della sua inimicizia con Amedeo IX.



Il quinto duca di Milano

Il 20 marzo il nuovo signore della città fece trionfale ingresso (secondo l’organizzazione della madre) da Porta Ticinese, in un vero tripudio di popolo.
Negli anni successivi concluse gli accordi per il suo matrimonio con Bona: questa avrebbe portato in dote 100.000 ducati d’oro, e il giovane duca, dal canto suo, si impegnava a costituire una controdote di 15.000 ducati d’oro all’anno, da pagarsi alla sposa grazie alle nuove tassazioni da applicare alle città di Pavia, Piacenza, Parma e Como.
Celebrate le nozze per procura il 10 maggio 1468, la novella sposa sbarcò a Genova nel luglio seguente, e ad accoglierla Galeazzo inviò il fratello Ludovico Maria (proprio il Moro che poi prenderà il potere). Le nozze verranno ratificate in Duomo il 7 luglio, poco più di tre mesi prima che morisse la madre Bianca Maria, condannata dal figlio a ritirarsi a Cremona, suo feudo dotale, ma in realtà morta lungo la strada per arrivarci, dalle parti di Melegnano.
Dal matrimonio sarebbero nati quattro figli, anche se Galeazzo ne ebbe molti di più, essendo famoso per la sua plateale infedeltà, come vedremo tra poco.
Il Duca di Milano amava spendere gran quantità di denaro per circondarsi di lusso e bellezza, e della sua passione se ne giovò prevalentemente il Castello, più volte sottoposto a restauri e a innovazioni, quali la loggetta che si affaccia sulla corte ducale, e alla quale si accede attraverso la comodissima scala a gradoni lunghi, così voluta per poterla percorrere direttamente in sella al cavallo







Tra i meriti politici e amministrativi, si suole ricordare una intelligente pavimentazione delle strade di Milano con blocchi di pietra, voluta e realizzata in tempo da record nel 1470, ma anche progetti di più ampio respiro, come l’introduzione dell’arte della stampa, per amore della quale finanziò la tipografia di Panfilo Castaldi e di Antonio Zaroto (arte che a Milano trovò fertile terreno, tanto da renderla capitale dell’editoria), della coltivazione del riso (ne mandò in dono dodici sacchi ad Ercole d’Este), del gelso (gli alberi di “moroni”) e della seta (già compresa, nella sua importanza, dal nonno Filippo Maria Visconti). Rese navigabili la Martesana e quella parte di naviglio pavese tra Pavia e Binasco. Si occupò anche della condizione dei suoi sudditi, cercando (per quanto era concepibile all’epoca) di risolvere i problemi legati all’insalubrità di certi mestieri. Si preoccupò di introdurre un sistema di censimento e anagrafe su base civile e non più ecclesiastica. Suo anche il merito, negli ultimi anni di governo, di aver riordinato il sistema delle emissioni monetarie della Zecca di Milano, rinnovandone i nominali e curando particolarmente la purezza della lega. Le denominazioni delle monete diventarono quanto mai varie (ed ancora oggi, per noi, di difficile interpretazione): il ducato, o zecchino d’oro, il grosso, il testone, il doppio testone, il soldo, il sesino, la trillina, ecc ecc.. Decise anche di spostare l’edifico della Zecca, che lasciò così la sua collocazione risalente all’epoca romana presso la chiesa di San Mattia alla Moneta (attuale via Moneta) per risorgere, ingrandita e meglio attrezzata, nella strada adiacente, oggi battezzata Zecca vecchia.
Nella primavera del 1471, con la moglie Bona, scese con un seguito principesco (si dice, anche con buffoni, scimmie e pappagalli da divertimento) a Firenze, quasi a sfidare Lorenzo, il Magnifico.




Divenne anche famoso per il gran numero di amanti collezionate, di tutte le estrazioni, anche se con quelle di rango sapeva essere alquanto riconoscente: a Lucia Marliani, che a Milano abitava nella parrocchia di San Giovanni sul Muro e che fu sempre fatta passare per l’amante del fratello Ludovico (affinché Bona non ne soffrisse troppo), regalò le entrate fiscali del Naviglio Martesana, e nel dicembre 1474, il ricco feudo di Melzo con annesso castello.
D’altro canto, Galeazzo era un uomo spesso crudele e malvagio coi propri nemici, e soprattutto molto impulsivo. Ammetteva di essere eccessivamente “lussurioso e “pomposo”, ma smorzava il vizio auto-assolvendosi sostenendo che, del resto, non è gran peccato, in un signore, l’essere superbo.
La sua vita, a molti così invisa, durò comunque poco: il 26 dicembre 1476 (gli mancava meno di un mese a compiere trentatrè anni), fu ucciso da una congiura organizzata, si disse, con la finalità di sollevare il popolo, o forse, imbastita dallo stesso re di Francia assetato di espandere i propri domini.

L'assassinio

Il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, Galeazzo volle assistere alla messa mattutina recandosi presso la chiesa di Santo Stefano. Del resto, il giorno precedente, Natale, alle tre messe aveva preso parte rimanendo al sicuro nella Cappella Ducale.

Nonostante fosse scortato da fedeli soldati, l’agguato fu repentino e del tutto inaspettato. Appena il duca mise piede sotto il portico della chiesa (portico ora scomparso, ma presente fino almeno alla metà del 1600; oggi una lapide ivi murata ricorda l’evento) tre congiurati, Giovanni Andrea Lampugnani, Gerolamo Olgiati, e Carlo Visconti, gli furono addosso coi rispettivi pugnali.
L’assalto fu descritto da Orfeo Cenni da Ricavo, consigliere e amico del duca, quella mattina in veste di accompagnatore: “Essendo nel mezzo della chiesa quello traditore di Giovanni Andrea li misse tutto il pugnale nel corpo. El povero signore si li misse le mani e disse: Io son morto! Illo ed eodem stante, lui reprichò l’altro colpo nello stomacho; li altri dua li dierono quatro colpi: primo nella ghola dal canto stancho, l’altro sopra la testa stancha, l’altro sopra al ciglio nel polso, el quarto nel fiancho di drieto, e tutti di pugnali. E questo fu inn un baleno e uno alzare d’aocchi, e chosì venne rinculando indrieto, tanto che quasi mi diè di petto. E veniva traboccando, e io lo volsi sostenere, ma non fui chosì presto che ‘l cascò a sedere e poi riverso tutto. E dua di quelli traditori non lo abandonaron mai per insino che fu in terra”.
Questa circostanziata descrizione, seppur bisognosa di interpretazione, ci rappresenta bene la violenza e la rapidità dell’azione, così inaspettata da rendere impossibile o comunque vana ogni difesa, sia da parte del Duca, sia da parte degli uomini a lui fedeli che lo attorniavano in quella uscita pubblica.
I colpi inferti al Signore di Milano, infatti, anche se sferzati di fretta e col timore di un immediato arresto, risultarono in più casi mortali.
Partendo dalla narrazione coeva appena vista, e da studi successivi, Francesca Vaglienti (vedi bibliografia in calce) ha ricostruito nei minimi dettagli quella che oggi chiameremmo la scena del delitto.
Dunque, il primo congiurato a colpire Galeazzo fu il Lampugnani, che si era inginocchiato di fronte al duca, in segno di (falso) saluto e omaggio. Questi colpì dal basso verso l’alto, tenendo il pugnale con la destra e recidendo con ogni probabilità, avendo mirato al basso ventre, l’arteria femorale sinistra. Il secondo colpo, come lasciatoci detto da Orfeo Cenni, penetrò invece nello stomaco.
A questo punto, a meno quindi di tre, quattro secondi, intervennero gli altri due congiurati, con quattro colpi: alla gola dalla parte sinistra, con quasi certa recisione della arteria giugulare; alla testa, da sopra, quindi tra osso frontale e parietale; nella zona sopraccigliare dove pulsa il sangue, cioè in una zona compresa tra l’arcata orbitale sinistra e l’arteria temporale (e la lama dovette affondare, all’incirca, fino alle fosse nasali); l’ultimo, nel fianco posteriore della testa.
Per il numero di colpi e la posizione degli stessi, è lecito pensare che la morte del Duca sopraggiungesse nell’arco di pochi secondi, sufficienti, tuttavia, per permettere all’Olgiati e al Visconti di allontanarsi indisturbati dal luogo del delitto, sfruttando il panico e la sorpresa che si erano ingenerati nella chiesa. Il Lampugnani fu invece immediatamente raggiunto dalle spade degli sforzeschi, e trovò così immediata morte.


I due fuggitivi vennero comunque arrestati pochi giorni dopo, processati, e giustiziati nel gennaio seguente.
Tornata una parvenza di calma, ma sopraggiunto presto il timore che qualcosa di grosso si stesse preparando nell’aria, il cadavere di Galeazzo fu immediatamente trasportato in sacrestia e spogliato (si contarono quattordici ferite, otto giudicate mortali), e successivamente abbigliato con una apposita veste cerimoniale fatta arrivare in fretta e furia dal Castello, dove alla vedova Bona di Savoia non rimaneva che asserragliarsi e proteggere il figlioletto Gian Galeazzo, legittimo erede del potere ducale. Non era ancora chiaro quale piega avrebbe potuto prendere la congiura, e tutto era teoricamente possibile da parte dei nemici del ducato sforzesco, primo fra tutti, il re di Francia.

Stante il clima politico tesissimo e i rischi elevati, i funerali si tennero la notte stessa, e al termine il corpo fu portato in Duomo, dove venne tumulato prima che spuntasse l’alba del nuovo giorno. L’inumazione avvenne in una porzione di terreno compreso tra due colonne, evitando di segnalare il posto con indicazioni o altri segni, affinché nessuno potesse rinvenire il cadavere.
E difatti, del corpo di Galeazzo Maria non si seppe più nulla, proprio come era interesse del fratello Ludovico (il Moro), nei cui piani vi era quello di usurpare il potere al giovane nipote Gian Galeazzo.
Ma forse qualcuno, e vedremo chi, quel cadavere non solo ebbe modo di individuarlo, ma addirittura ebbe il permesso (e perchè negarlo, del resto?) di spostarlo da Milano, per dargli una più degna sepoltura.

Le indagini contemporanee

La soluzione del giallo, quello che ruota attorno al luogo ove trovò eterno riposo il corpo ducale, ci obbliga a fare un salto di cinque secoli e a spostarci nella città di Melzo.
Qui, in zona centrale, sorge la chiesa di Sant’Andrea, la quale, pur essendo le sue origini risalenti all’anno mille, intorno al 1960, dopo anni di abbandono, rischiò di essere rasa al suolo per lasciare posto ad un ampio parcheggio. Solo nel 1980, dopo più di un secolo di incuria, ha visto finalmente una vera rinascita, grazie ad un pregevole restauro voluto e organizzato da una tenace associazione del luogo.


Durante i lavori di restauro, che hanno tra l’altro messo in luce l’esistenza di affreschi attribuiti alla scuola di Leonardo, fu rinvenuto, sotto il pavimento della zona absidale, un cranio di adulto, mal conservato, frammentato e non completo, che tuttavia accese la curiosità degli operatori.
Datato col carbonio 14, si stabilì il periodo di decesso del suo proprietario: tra il 1430 e il 1480. Gli esami autoptici rivelarono dati importantissimi: innanzitutto, l’età, compresa tra i 32 e i 39 anni, il sesso, maschio, e la razza, caucasica.
Il “caso del cranio senza nome” fu affidato, infine, alla professoressa Vaglienti, che volle appurare se vi fossero le condizioni storiche, mediche e scientifiche per poter attribuire il teschio al duca di Milano Galeazzo Maria Sforza.
Il sospetto di essere in presenza di una parte dei resti del Duca assassinato nasceva da un fatto storico inconfutabile: l’amante prediletta di Galeazzo, come già detto, Lucia Marliani, aveva dal Signore di Milano ottenuto in dono il feudo di Melzo. Non era quindi un’ipotesi troppo ardita supporre che la donna avesse fatto traslare il corpo dell’amato, padre dei suoi figli, per inumarlo definitivamente nella chiesa di Sant’Andrea.
L’analisi antropologica e medico-legali del reperto hanno fin da subito evidenziato due lesioni importanti sulla calotta cranica. Un’area depressa a stampo, con chiari segni di rimodellamento osseo e avanzata guarigione, un colpo ricevuto dunque alcuni anni prima della morte, probabilmente inferto da un corpo contundente avente una superficie battente piccola. Anche la seconda lesione, sulla parte frontale, presenta simili caratteristiche: avanzata guarigione, corpo contundente, piccola superficie battente.
Questi traumi potrebbero coincidere con le lesioni che Galeazzo Maria si era procurato durante i numerosi duelli e simulazioni di battaglia che amava ingaggiare con i fratelli Ludovico e Sforza Maria, durante i quali gli spavaldi giovani non si tiravano certo indietro per forza e violenza dei colpi, inferti con le migliori armi bianche che l’epoca conoscesse: lance, mazze d’arme, azze, martelli d’arme, queste ultime tre tipiche armi da botta e punta. E a nulla valevano le raccomandazioni paterne di Francesco, di “non schirzare con ferri, sarizi e bastoni”.
Lo studio dei denti rinvenuti ha permesso una dettagliata analisi della vita del proprietario del cranio. Essi sono apparsi molto usurati ma sostanzialmente sani e privi di carie, fatto questo coincidente, innanzitutto, con una adeguata e regolare nutrizione (privilegio dei ceti più abbienti), ma anche con una ricercata igiene orale, all’epoca basata sulla pulizia dei denti mediante spazzole in ferro molto abrasive. Sappiamo che Galeazzo teneva molto ai suoi denti, che manteneva puliti usando, appunto, gli strumenti (eccessivamente invasivi) in voga presso le persone di altissimo livello economico.
Si è inoltre scoperta una lieve ipoplasia dello smalto su canini ed incisivi. L’ipoplasia è un arresto temporaneo della crescita dello smalto che si depone sui denti nella fase del loro sviluppo. Tale patologia è data da eventi stressanti che colpiscono il soggetto quando ha tra i sei e i nove anni (periodo in cui spuntano e si assestano incisivi e canini).
Come riportano i biografi, Galeazzo Maria non ebbe, in tenera età, una buona salute, e tanto meno lo si trovava in forma all’età di nove anni, quando soffrì di “febbre terzana doppia”, vale a dire di febbri ricorrenti malariche, assai diffuse nella penisola italiana.
In quell’occasione, che si protrasse per circa tre settimana nell’estate del 1453, il futuro duca fu tormentato da febbre alta, sudorazioni abbondanti e continue epistassi con abbondanti perdite di sangue.


Come appare chiaro, vi sono molti punti di coincidenza tra le caratteristiche del cranio rinvenuto in Sant’Andrea e Galeazzo Maria. Il tentativo di estrarre DNA dalle ossa rinvenute ha purtroppo dato esito negativo, ed è stato perciò impossibile confrontarlo con quello di altri corpi di casa Sforza.
Si è però voluto tentare la strada della ricostruzione facciale: partendo dal cranio, si è ricostruito l’ipotetico aspetto che poteva avere il volto, per poterlo confrontare con i (presunti) ritratti del duca (in principal modo, con la figura posizionata a sinistra, a cavallo, nel celebre Corteo dei Magi di Benozzo Gozzoli, che dovrebbe appunto rappresentare Galeazzo nel 1459, quando era ancora, solo, conte di Pavia). Un paragone può anche essere fatto con la rappresentazione che il duce si fece fare per il conio del doppio testone d’argento. Pur trattandosi di una tecnica grossolana e senza certezze scientifiche (soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione di due elementi determinati per le fattezze di un viso: le labbra e il naso), la ricostruzione ha permesso un confronto anche con un ritratto di profilo di Bianca Maria Visconti, e, in un certo senso, si sono potute notare numerose affinità.
Nonostante dunque si possa ritenere molto probabile l’inumazione del corpo di Galeazzo nella chiesa di Sant’Andrea, elementi certi sulla fine del corpo del duca non se possono, per ora, avere.


Bibliografia

Vaglienti F.M., Anatomia di una congiura. Sulle tracce dell’assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza tra storia e scienza, in "Rendiconti dell’Ist. Lombardo Accademia di scienze e lettere", CXXXVI/2, 2002;
Belloni C., Milano in età sforzesca, in Storia illustrata di Milano, a cura di Franco Della Peruta, vol. III, 1993
Bindelli B., La Zecca e il gabinetto Numismatico di Milano, cenni storici, 1880
Crippa C., Le monete di Milano dai Visconti agli Sforza dal 1329 al 1535, 1986
Lopez G., I signori di Milano, 2003
Zeppegno L., Le chiese di Milano, 1999

Mauro Colombo
12 ottobre 2005
ultima modifica: dicembre 2014

venerdì 19 dicembre 2014

La visita dell'imperatore Francesco Giuseppe nel 1857


francesco giuseppe sissi milano

L'imperatore Francesco Giuseppe e la conserte Elisabetta iniziarono nel tardo novembre 1856 un viaggio diplomatico nel Lombardo-Veneto: l'imperatore sperava che la grazia della affascinante Sissi potesse addolcire la popolazione del nord Italia, ormai apertamente ostile alla Corona asburgica.
Dopo aver trascorso il Capodanno a Venezia,  il 15 gennaio 1857 gli sposi entrarono pomposamente a Milano. Lasceranno la città il 2 marzo.
francesco giuseppe sissi milanoL'intera popolazione, e soprattutto le classi altolocate e nobili, mostreranno per tutto il periodo del soggiorno grande freddezza, se non  disprezzo, verso la coppia imperiale. 
A ben poco servirono, in quelle settimane meneghine, alcune scelte politiche pensate per ingraziarsi la cittadinanza: innanzitutto una amnistia nei confronti dei detenuti politici; secondariamente, la messa a riposo del malvisto Radetzky,  sostituito nel comando militare da Ferencz Gyulai
Infine, la nomina a governatore generale dell'arciduca Massimiliano d'Asburgo, fratello dell'imperatore, fautore di una politica di distensione.
Persino alla serata scaligera in onore della coppia non mancò un fatto clamoroso: la autorità  austriache avevano preteso di sapere se i nobili, proprietari dei plachi, sarebbero andati alla rappresentazione, in modo da prevenire imbarazzanti posti vuoti. Le famiglie aristocratiche finsero di dare il loro assenso, ma inviarono poi, ad occupare i palchi, i propri domestici, in segno di grande disprezzo per la Corona.

L'ingresso in città e l'allestimento scenico



Per l'entrata ufficiale in città dell'imperatore e dell'imperatrice,  vennero progettati e costruiti con materiali di veloce e semplice lavorazione (legno, cartapesta, gessi e stucchi) tre fabbricati provvisori, in modo che l'ingresso della coppia apparisse il più sfarzoso e scenografico possibile.
Poichè il corteo reale arrivava dalla strada per Brescia (dove aveva fatto una tappa), nei pressi del rondò di Loreto (oggi piazzale Loreto) fu eretto un padiglione in legno. Qui, si ebbe il benvenuto ufficiale delle autorità cittadine.  I consorti poterono inoltre salire su una apposita carrozza scoperta, in modo da entrare in città ammirati dal folla. 
La partecipazione di pubblico da lì in avanti era garantita: dalle campagne infatti erano stati prelevati centinaia e centinaia di contadini, al prezzo di una lire ciascuno, affinchè vi fosse uno "spontaneo" afflusso di popolo! Insomma, un po' di figuranti per maggior sicurezza.


francesco giuseppe sissi milano loreto



Partiti dal rondò, la coppia percorse  il lungo stradone di Loreto (ufficialmente: strada postale per Bergamo e Brescia; oggi corso Buenos Aires), per arrivare ben presto in porta Venezia: qui il corteo imperiale passò sotto un degno arco trionfale. Anche questo, naturalmente, posticcio, realizzato in legno accanto ai caselli daziari.


francesco giuseppe sissi milano venezia oberdan



francesco giuseppe sissi milano


Infine, dopo aver solcato il borgo e poi corso di Porta Orientale (oggi corso Venezia) e corso Francesco (oggi Vittorio Emanuele), la carrozza reale si fermò in piazza Duomo, sul lato della corsia del Duomo.
Qui era stato allestito un pomposo baldacchino, con poltrone e sedie per le varie autorità. L'imperatore tenne un discorso e ringraziò la città di Milano per l'accoglienza. 
Nella foto,  si nota davanti al Duomo la struttura, in colore scuro.


francesco giuseppe sissi milano duomo


Dei tre manufatti provvisori, ci restano oggi le foto di Luigi Sacchi (approfondisci qui) e alcune stampe ed incisioni, e la moneta commemorativa di porta Venezia.


Mauro Colombo
dicembre 2014


lunedì 15 dicembre 2014

La Descrizione di Milano di Serviliano Latuada



Una delle più  famose Guide settecentesche della città di Milano è senz'altro l'opera di padre Serviliano Latuada, la celebre "Descrizione di Milano ornata con molti disegni in rame delle fabbriche più cospicue, che si trovano in questa metropoli".
Il Latuada nacque a Milano nel 1704,  e fu abate della congregazione dei chierici regolari di san Filippo, con sede in San Satiro a Milano. Morì nella nostra città nel 1764.
La sua Guida, per un totale di 2.500 pagine, fu stampata nel 1737-1738 in 5 tomi, a spese di Giuseppe Cairoli mercante di libri, in Milano, con bottega sotto il portico dei figini (il coperto dei Figini un tempo sorgeva sulla piazza del Duomo).
L'opera è corredata da un ricco apparato iconografico, di ben 48 tavole fuori testo (perlopiù ripiegate) tra cui la grande carta topografica della città e l'antiporta al primo volume, disegnate dal milanese Girolamo Ferroni (1687 – 1730), pittore ed intagliatore per acqueforti,  ed incise con la tecnica dell'acquaforte su  rame da Johann Georg Seiller (1663-1740).
Le tavole raffigurano facciate, piante e spaccati dei più importanti edifici milanesi descritti nei tomi.



L'antiporta ritrae la basilica di San Lorenzo e le sue celebri colonne, e vi campeggia il motto: "Lanigero de sue nomen habet", frase probabilmente coniata da Sidonio Apollinare, che significa "(Milano, la città) che prende il nome dalla scrofa semilanuta" (una delle tante spiegazioni circa l'etimologia di Milano).

L'opera si apre innanzitutto con una breve storia di Milano, dalla sua fondazione sino all'impero di Carlo V.
Dopodichè la descrizione delle "fabbriche" cittadine si articola nella classica suddivisione per Sestieri: porta Orientale, porta Romana, porta Ticinese, porta Vercellina, porta Nuova e porta Comasina.
Non mancano varie digressioni su alcuni aspetti che evidentemente il Latuada aveva a cuore: una descrizione delle Istituzioni pubbliche cittadine, la storia della colonna infame, ecc.



Difficilmente si può prescindere dalla consulatazione dalla Descrizione del Latuada ogniqualvolta si studia una Chiesa, un Monastero, una "fabbrica" cittadina, dato che le informazioni dell'Autore, seppur non sempre precise,  danno comunque una visione di ciò che questi monumenti erano all'epoca, considerando poi che molti, successivamente, andarono distrutti. Le sue schede sono una notevole fonte storica primaria.
Villa Luigi, in Bibliografia delle guide di Milano, afferma: «Il Latuada vuole raggiungere, in quest'opera, una esattezza maggiore che nei precedenti autori... Il libro è il più pregevole del diciottesimo secolo per la copiosità delle notizie, l'esattezza, i buoni riferimenti estetici e lo stile familiare e chiaro».


Si tratta in definitiva di un'opera  molto ricca e utile, che può essere reperita e consultata integralmente sia in formato digitale (ad esempio in archive.org), sia in una economia ristampa di facile reperibilità (ed. La vita felice).
Per quanto riguarda invece  l'Opera nel testo originale a stampa (cosa che interessa maggiormente i bibliofili), segnalo che può essere reperita sul mercato librario antiquario in svariate copie, più o meno complete.
Normalmente è facile trovare esemplari privi (del tutto o in parte) delle tavole iconografiche annesse. Difficilmente si trova un'edizione completa anche della bella e grande carta di Milano (ed in questo caso il valore si aggira su un paio di migliaia di euro). Le incisioni, infatti (soprattutto la mappa) troppo spesso sono state staccate abilmente da mercanti e antiquari senza scrupoli, al fine di rivenderle separatamente (onde ottenere più facili e alti guadagni).
Personalmente utilizzo spesso per le mie ricerche una copia priva dell'intero apparato iconografico, ancora con "barbe" e brossura in carta azzurra dello stampatore (cioè non successivamente tagliata e rilegata, operazione che, ricordo, era demandata ai rilegatori, che eseguivano questa fase secondo le richieste e i gusti del commitente).

mauro colombo
dicembre 2014
maurocolombomilano@virgilio.it








martedì 9 dicembre 2014

Tram e treni al Giambellino




Negli anni trenta la situazione tranviaria del Giambellino era caratterizzata dall'arrivo, nel quartiere, di due linee: il 9 e il 28, che qui terminavano la loro corsa dopo aver percorso in condivisione gran parte della via Solari (e provenienti, rispettivamente, dalla Bovisa e dall'Ortica).
Fino al 1937, per l'esattezza, questi due tram facevano capolinea all'incrocio tra via Giambellino e via Brunelleschi, dove un apposito anello permetteva alle vetture di tornare indietro (capolinea "Giambellino").
Ancora oggi in quel punto si può notare la configuarazione che il vecchio rondò (ormai sparito) aveva imposto agli assi stradali. Ecco una foto degli anni Cinquanta e una foto aerea del 1965:

giambellino rondò tram



Il quartiere era poi costeggiato dalla linea ferroviaria Milano-Mortara, i cui binari scorrevano paralleli alla via Giambellino e la separavano dal naviglio grande.
La linea ferroviaria in quegli anni aveva già subito la modifica che l'aveva attestata, fin dal 1931, alla stazione di porta Genova, senza più permetterle di continuare, come da iniziale progetto,  verso lo scalo del macello (oggi parco Solari), lo scalo Sempione e da lì alla stazione Centrale (leggi qui l'articolo  dedicato alla ferrovia in zona Solari).
La linea tuttavia raggiungeva (e raggiunge) la Centrale scavalcando il naviglio  all'altezza della chiesa di San Cristoforo, mediante l'apposito bivio, in modo da potersi unire alla linea di cintura sud, che verso piazzale Lodi risaliva appunto alla Centrale.
Pochi chilometri prima della stazione di Porta Genova (ormai divenuta di testa) si trovava (e si trova oggi) la stazione di San Cristoforo, aperta per servire alcune frazioni campestri della città e per favorire l'arrivo degli operai che lavoravano nelle fabbriche della zona.

Alla fine degli anni trenta la zona della stazione di san Cristoforo era stata interessata da una notevolissima espansione demografica, con la costruzione dei caseggiati del quartiere Mina, edilizia popolare destinata agli immigrati in arrivo dal Sud e agli Italiani rientranti dall'estero, richiamati dalle promesse di Mussolini.


In quegli anni, quasi 20.000 abitanti del nuovo Giambellino erano costretti, per raggiungere il tram al rondò Brunelleschi, a percorrere quasi un chilometro di strada non asfaltata e non illuminata.
Fu giocoforza istituire in fretta un'apposita linea di autobus, la linea "S" (detta poi Carioca), forse la più corta che la città conobbe.
Nella mappa 1937 si vede in rosso il rondò tranviario in Brunelleschi, e in rosso tratteggiato, l'autobus S fino alla stazione FS.


Nel 1940 il Comune si decise finalmente a prolungare il percorso tranviario, portando la linea del 9 e del 28 fino all'attuale largo Giambellino, dove un vasto rondò permetteva ai tram di tornare indietro. Tale anello si trovava, all'incirca, nello spiazzo erboso compreso oggi tra il deposito ATM e la chiesa.



L'opera di  prolungamento era risultata subito una mezza misura, un lavoro eseguito alla buona e di certo non risolutivo. Infatti, dal nuovo capolinea, il quartiere Mina era ancora distante, ma soprattutto la stazione san Cristoforo continuava a non essere servita dal tram, e appariva abbandonata nel nulla, in una piazza, dedicata all'Albania (sarà rinominata Tirana nel dopoguerra) totalmente dimenticata e soggetta ad allagamenti.
Fu quindi mantenuta la linea d'autobus S, seppur più corta di prima.
Nella foto, un tram percorre la via Giambellino sul finire degli anni trenta.



La situazione deplorevole venne stigmatizzata da un interesante articolo del Corriere della Sera dell'aprile 1941 intitolato "porta Genova e san Cristoforo: una stazione da sopprimere e una da sviluppare".
L'articolista, nel criticare le condizioni di disagio nel quale era abbandonato il quartiere, lamentava, come il titolo ci fa immaginare, come le FS stessero mal gestendo le loro risorse.
A San Cristoforo, infatti, ogni convoglio in arrivo da Mortara veniva  spezzato in due: alcuni vagoni ripartivano per la stazione Centrale (prendendo poco più avanti il bivio per la cintura sud), mentre altri venivano agganciati ad una apposita locomotiva per dirigersi in porta Genova.
Tutto ciò con tempi morti per le ovvie operazioni di aggancio e sgancio di vagoni, manovre, ecc ecc.
Lo stesso si verificava, in senso inverso, per i treni che, partiti dalla Centrale e da porta Genova, erano diretti a Mortara: giunti in san Cristoforo, venivano fermati e riuniti in un solo convoglio, che poi ripartiva alla volta della Lomellina.
Il progetto ipotizzato dal Corriere era quindi molto semplice: innanziutto il Comune avrebbe dovuto rendere più decoroso il piazzale della stazione di san Cristoforo e sistemare piazza Albania; poi prolungare doverosamente  la linea tranviaria fino a quel punto.
Le Ferrovie, da parte loro,  avrebbero potuto sopprimere la stazione passeggeri di porta Genova: i treni dalla Lomellina sarebbero andati diretti fino alla Centrale, e chi voleva poteva scendere in san Cristoforo, e trovare comodi e veloci tram per il centro cittadino (l'articolista afferma che dal capolinea Giambellino a via Orefici, il 9 impiegava 17/18 minuti).
Anche i costi dei biglietti sarebbero diminuiti.


La guerra purtroppo entrò nel vivo di lì a poco: nel 1942 iniziarono anche i bombardamenti sulla città.
Si bloccò così qualsiasi progetto, visto che altre sarebbero state le preoccupazioni di Milano per gli anni seguenti.
Peraltro quell'anno fu costruito un binario ferroviario  dalla stazione san Cristoforo fino all'ospedale militare di Baggio, lungo la via Inganni, affinchè i treni dei feriti raggiungessero prontamente il nosocomio.
Si vede il binario nella foto del 1943 qui accanto.


Solo nel 1948, con la ricostruzione postbellica, si dismise il rondò in largo Giambellino,  e la linea tranviaria venne prolungata fino alla stazione FS in piazza Tirana (e il tram 9 divenne 8).
Ecco finalmente il rondò in Tirana.




In anni recenti, peraltro, si decise per un ulteriore prolungamento, per portare il tram 14 (che oggi percorre l'asse Solari-Giambellino) all'attuale rondò attrezzato "Lorenteggio", al confine con Corsico.
Dal punto di vista ferroviario, invece, nulla è cambiato dal lontano 1940: la stazione san Cristoforo è ancora sotto-utilizzata (recentemente è stata privata anche del servizio auto+treno, molto utilizzato durante l'estate per chi portava l'auto al seguito verso il sud Italia).
La stazione di porta Genova continua a sopravvivere, pur essendo attuale il dibattito per una sua futura e definitiva dismissione.

mauro colombo
dicembre 2014


giovedì 4 dicembre 2014

via Rastrelli: dalle Poste al Plaza


La via Rastrelli corre, un po' defilata, a ridosso di piazza Diaz, quest'ultima aperta tra il 1928 e il dopoguerra, in seguito agli sventramenti che cancellarono il quartiere del Bottonuto (leggi qui).
Mentre il lato dei numeri dispari è da sempre occupato dal vasto e complesso edificio del Palazzo Reale, il lato dei numeri pari nasconde dal punto di vista urbanistico e storico diverse curiosità.

Palazzo delle regie poste

Nella via Rastrelli avevano sede le Regie Poste, in un bel palazzo neoclassico concepito da Leopoldo Pollack (1751-1806).
Di origini viennesi, fu molto attivo in Lombardia e soprattutto a Milano: per questa ragione la corona asburgica commissionò a questo architetto l'importante edificio.
Purtroppo, nel 1908, senza tanti rimpianti, venne demolito per far posto ad un pomposo progetto: l'hotel Plaza.



Hotel Plaza

Demolito il palazzo delle Poste, nel 1908 iniziò la costruzione di un vasto edificio angolare che avrebbe dovuto occupare anche la via Paolo da Cannobio.
Qui trovò sede il lussuoso Hotel Plaza, che sulle proprie cartoline pubblicitarie mostrava però la facciata come avrebbe dovuto essere, anche se in realtà ne era stata costruita solo metà, quella su via Rastrelli, appunto.
Quando furono terminati i lavori di demolizione del Bottonuto, l'hotel Plaza provvide a far erigere nel 1938 un vasto e moderno edificio sulla nuova piazza Diaz, in modo da avere un ingresso più prestigioso e visibile (diventando il "grand hotel Plaza").
Il vecchio edificio sulla via Rastrelli divenne così il retro dell'albergo.



Galleria Volpi Bassani

Nell'edificio del vecchio Plaza era stata costruita inizialmente, per volere del proprietario di alcuni lotti di case, l'avvocato Pietro Volpi Bassani, una galleria pedonale commerciale, che univa la via Rastrelli con la via Visconti, in pieno Bottonuto.
La galleria fu inglobata nella facciata del Plaza, poi venne chiusa all'apertura della piazza Diaz.


Ecco una mappa della zona negli anni Venti: in blu il progetto del Plaza, che avrebbe dovuto fare angolo tra le due vie. In rosso, il percorso della galleria Volpi.

Cosa resta oggi

Chi percorre oggi la via Rastrelli può ancora notare la parte realizzata del Plaza, ma non solo: nella facciata si vede un ingresso contornato da due colonne e chiuso da una vetrata, quello che un tempo era la galleria Volpi Bassani.
Del nuovo grand hotel Plaza di piazza Diaz, si può solo dire che ormai risulta chiuso per cessata attività, e si trova tristemente (e stranamente) in stato di abbandono.



mauro colombo
dicembre 2014


venerdì 28 novembre 2014

Rina Fort, la belva di via san Gregorio

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Il 1946 stava ormai volgendo al termine e si avvicinava il Natale, il secondo del faticoso dopoguerra italiano. Milano era in piena ricostruzione, un po’ alla volta gli sfollati rientravano in città e nuove abitazioni sorgevano per dare un tetto a chi, solo pochi anni prima, aveva perso tutto.
La città era ancora insanguinata da omicidi politici, e la malavita, equipaggiata con armi di facile reperibilità, spesso riempiva le cronache dei giornali. I soldi per la ricostruzione arrivavano un po' alla volta, i prezzi dei generi alimentari erano ancora alti, e il Consiglio comunale aveva appena deliberato l'aumento del biglietto del tram a 7 lire.
Ma notizie positive rincuoravano i milanesi: la Scala era stata restaurata e riaperta, ed Enrico De Nicola aveva inaugurato la Nuova Fiera Campionaria. Le elezioni amministrative erano state vinte dai Socialisti, e sindaco era stato confermato Antonio Greppi.

La strage

rina fort san gregorio milano belvaIn questo contesto di transizione e irrequietezza, il 30 novembre 1946, l’ultimo sabato prima dell’avvento natalizio, poco dopo le otto di una mattinata fredda e umida, Pina Comaschini,  commessa del negozio di stoffe e cascami di proprietà di tale Giuseppe Ricciardi, bussava invano alla porta dell’abitazione di quest’ultimo, in via San Gregorio al numero 40.
Lo scopo della sua visita era quello di farsi consegnare dalla moglie del titolare,  da alcuni giorni fuori Milano per affari, le chiavi del negozio, per poter aprire come tutte le mattine.
Non ottenendo risposta, si permise di spingere la porta socchiusa, e chiamando a gran voce la signora, si introdusse rispettosa nell’appartamento avvolto dalla penombra.
La commessa ci mise poco a vedere in terra, in una pozza di sangue, uno dei figlioletti del Ricciardi, e poco distante, riversa sul pavimento in senso contrario a quello del piccolo, la signora Ricciardi, Franca Pappalardo. Catapultata in un film dell’orrore, la poveretta corse in cortile e poi in strada cercando aiuto a gran voce.
Arrivarono prima i giornalisti e i fotografi che la polizia. I giornali del pomeriggio poterono così uscire con articoli a quattro colonne e fotografie dei cadaveri.
Un fotografo, in particolare, riuscì ad entrare nell'appartamento e a scattare le foto dei cadaveri: Gian Battista Colombo ("Giancolombo"). Il giorno dopo il Corriere Lombardo andò in edicola con le foto dei poveri bambini massacrati.
Queste foto possono ormai essere trovate con facilità su internet; qui ho deciso di non pubblicarle perchè nulla aggiungono alla storia.
Accorsi gli uomini della questura, dopo aver isolato dapprima lo stabile e poi l’intera via, si trovarono nell’appartamento altri due piccoli cadaveri: gli altri figli del Ricciardi.
In totale, l’assassino o gli assassini avevano brutalmente ucciso, quasi sicuramente con una spranga in ferro dagli spigoli accentuati, la moglie del Ricciardi, Giovannino di 7 anni, Giuseppina di 5 e Antoniuccio da poco svezzato.
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Il Nuovo Corriere della Sera del 1° dicembre 1946, a pagina due, titolò in grassetto: “Massacrati in via San Gregorio una madre coi tre figliuoletti”. Dall’articolo si apprende che la scoperta venne fatta, come detto, dalla Somaschini, impiegata presso il negozio del marito della vittima. Il cronista riporta un inquietante indizio: oltre ad essere spariti due assegni, sul pavimento era stata trovata una fotografia stracciata dei coniugi Ricciardi immortalati il giorno della nozze. Subito venne avanzata l’ipotesi di un delitto a scopo passionale.


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Le indagini

rina fort san gregorio milano belvaIl fatto si era svolto la sera precedente, con buona approssimazione un’ora dopo la cena. Le vittime infatti giacevano in pozze di sangue, materia cerebrale e tracce di vomito, segno di un’iniziata digestione. Il portiere dello stabile dichiarò che quella sera aveva chiuso il cancello alle ore 21 in punto (come previsto dal sindacato dei portieri), ma che tuttavia la serratura mancava da alcuni giorni per riparazioni. Chiunque poteva, in poche parole, entrare nel cortile indisturbato.
Il verbale del primo sopralluogo della Polizia descrive un piccolo appartamento: “con sala da pranzo di circa 3 metri x 3 e mezzo, con divano con due cuscini e una penna stilografica appoggiata; letto matrimoniale in stato di non uso per la notte precedente; al muro immagine di Santa Rosalia, e statuetta della Madonna con lampadina”.
Il contesto dell’efferato omicidio era quello di una famiglia certamente non ricca, che si guadagnava da vivere con un’attività commerciale sempre sull’orlo della crisi.
Gli inquirenti avevano in mano pochi elementi, ma di una cosa erano certi: l’assassino era un conoscente della vittima, dato che questa gli aveva aperto la porta di casa e gli aveva pure offerto un liquore. Anzi, gli assassini dovevano essere due, visto che i bicchierini sporchi erano tre. L’efferatezza del delitto convinse il magistrato che non poteva trattarsi di una semplice rapina: innanzitutto perchè nel quartiere tutti conoscevano i Ricciardi che certo non apparivano dei signori, ma soprattutto perchè qualunque rapinatore, anche se sorpreso durante la sua incursione, avrebbe quantomeno risparmiato il più piccolo dei figli, che mai avrebbe potuto testimoniare data la tenera età. L’uccisione di tutti e quattro gli occupanti dell’appartamento doveva essere una punizione, una vendetta contro il Ricciardi.
Un fatto importantissimo fu però giudicato questo: la donna, prima di essere ammazzata, aveva strenuamente lottato contro chi le voleva togliere la vita, e stretta nel pugno chiuso, irrigiditosi dopo la morte, fu trovata una ciocca di capelli lunghi, neri, sicuramente femminili.

I protagonisti

rina fort san gregorio ricciardiCome detto, Giuseppe Ricciardi non aveva potuto fare nulla per difendere la famiglia. Infatti era da qualche giorno fuori città: si trovava a Prato, dove stava concludendo alcuni acquisti di stoffe per rifornire il proprio negozio di teleria e tessuti, in via Tenca, dietro all'angolo.
Le indagine iniziarono proprio da lui, per sapere esattamente chi fosse questo individuo.
Il Ricciardi, dunque, aveva aperto l’attività durante la guerra, dopo essere scappato dalla sua Catania occupata dagli Americani. Si era piazzato nella via San Gregorio, una delle vie popolari sorte con l’abbattimento del Lazzaretto. Il quartiere era costellato da piccole attività e botteghe, quasi tutte di immigrati provenienti dal Sud Italia.
rina fort san gregorio milano belvaInizialmente era salito al Nord da solo, poi, sistematosi, si era fatto raggiungere dalla moglie. Ma, forse per problemi economici, o forse perché la moglie non era riuscita ad adattarsi al clima di Milano, l’aveva ben presto rispedita a Catania.
Le voci del quartiere dicevano che lui, il catanese, senza la moglie appariva più allegro e sempre circondato da donnine più o meno rispettabili. Aveva addirittura intrecciato una storia sentimentale con una sua commessa. Ma la moglie, avvertita da compaesani anche loro emigrati a Milano (le avevano scritto di venire a tenere sotto controllo l’ardore dell’amato sposo, di spirito troppo focoso), aveva preso armi bagagli e  figli, ed era tornata nell’appartamento di via San Gregorio. Il Ricciardi era stato così costretto a interrompere bruscamente la sua relazione extraconiugale con la commessa, e aveva pensato bene anche di licenziarla, per tacitare ogni possibile futuro sospetto della signora Franca.
Poi tutto era tornato alla normalità: la coppia aveva avuto un altro figlio, ed anzi adesso ne aspettava un quarto. Era stata assunta una nuova commessa e il negozio andava avanti come prima, con più bassi che alti.
Grazie alle voci raccolte tra i negozianti e i vicini di casa, le indagini prendevano dunque un’ulteriore svolta: bisognava rintracciare e ascoltare questa ex commessa ed ex amante.
Il suo nome era Caterina Fort, per tutti Rina.
La Polizia la cercò subito a casa, in via Mauro Macchi civico 89, poi presso il suo nuovo impiego, una pasticceria di via Settala 43. Fu arrestata proprio mentre faceva colazione in un bar di fronte al negozio, caricata su una jeep della Celere e condotta in gran fretta presso gli uffici della Questura.
L’interrogatorio vero e proprio cominciò il pomeriggio del 30 novembre, a neanche 24 ore dall’omicidio.
Ammise subito di aver lavorato in passato per Pippo Riccirdi, ma che oramai non lo frequentava più e non sapeva neppure dove si trovasse.
Dell’omicidio, ovviamente, era del tutto all’oscuro. In ogni caso la condussero il 2 dicembre sulla scena del delitto, poi, davanti alla sua indifferenza, fu riportata in Questura, dove iniziò un lunghissimo e pesantissimo interrogatorio. Raccontò solo, inizialmente, di essere stata l’amante del Ricciardi, quando questi era solo a Milano. Avevano anche convissuto, a partire dal settembre 1945. Poi salita la moglie, tutto era terminato.
Ma chi era Caterina Fort? Era nata nel 1915 a Budoia, in provincia di Udine, si era poi trasferita a Milano per lavorare, prima come domestica, poi come commessa di negozi. Risultava sposata con un certo De Benedetti, ma questi era da tempo ricoverato in un manicomio. Era sifilitica e psicopatica, e quella col Ricciardi non era stata la prima relazione che intratteneva con uomini sposati.

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I riscontri

L’interrogatorio fu condotto dal commissario dott. Di Serafino, e durò diciassette ore filate. Secondo quanto la Fort raccontò poi al suo avvocato difensore, mentre le venivano poste le domande un agente continuava a schiaffeggiarla, mentre un altro spesso la sferzava a manganellate.
Alla fine, stremata ed affamata, umiliata e minacciata (“Ti facciamo fucilare”), si decise a confessare il suo orribile gesto. Ma fu una confessione parziale, dove il suo ruolo si riduceva a complice, con l’incarico marginale di accompagnare l’assassino fino alla casa della vittima, e di convincere la signora Franca ad aprire la porta. Il killer, secondo il suo racconto, era un non meglio precisato cugino del Ricciardi. Tutto il piano del resto era stato organizzato dal Ricciardi, per liberarsi della moglie o comunque per spaventarla e farla tornare in Sicilia. Ed anche, o forse soprattutto, per far credere a certi creditori che era stato rapinato di tutto quello che aveva, e di non poterli pagare per colpa di un destino infame.
Nel frattempo anche Pippo Ricciardi venne arrestato e trattenuto, e la sua posizione (compreso il viaggio a Prato) attentamente vagliata.
Gli inquirenti però non credevano ad una sola parola della donna, convinti che avesse fatto tutto da sola. Così il Nuovo Corriere della Sera del 4 dicembre: “Caterina Fort agì da sola ma tergiversa e si contraddice”.
La vera svolta la si ebbe il giorno dopo. I milanesi appresero la notizia leggendo i giornali. Il solito Nuovo corriere della sera del 5 dicembre titolò a caratteri cubitali: “Li ho ammazzati tutti io! – Caterina Fort ha firmato il verbale di confessione”.
Il quotidiano scriveva: “La Questura comunica: Le indagini relative al delitto di via San Gregorio hanno finora accertato in modo irrefutabile la responsabilità della Rina Fort, a cui carico, oltre alle ripetute e dettagliate, seppur finora non complete confessioni, stanno risultanze di fatti inconfutabili. Tali indagini proseguono per l’accertamento di altre responsabilità, finora non sufficientemente chiarite”. Secondo l’articolista ...”Sì, li ho ammazzati tutti io! – Ha gridato finalmente la belva, dopo oltre 100 ore di interrogatori e confronti. ... Le sue deposizioni sono state messe a verbale, e dopo alcuni minuti di esitazione, ha firmato......Ma non ha ritrattato i particolari in precedenza forniti per far credere alla presenza di un uomo e poi di un secondo, sopraggiunto all’ultimo momento”.
La versione della Fort coinvolgeva sicuramente un complice, di cui però lei non conosceva esattamente le generalità. Insisteva nel dire che quella maledetta sera si era recata nell’appartamento della strage assieme ad un parente (o forse solo amico) di Pippo Ricciardi, un siciliano di nome Carmelo. Ma l’architetto di tutto era proprio il Ricciardi.
Secondo la sua deposizione, gli affari al negozio andavano parecchio male, e i creditori non intendevano più aspettare. Allora il Ricciardi aveva convinto lei e un certo Carmelo ad andare nell’appartamento per inscenare una rapina, e lui, nel frattempo, si sarebbe tenuto per un po’ lontano da Milano, giusto per crearsi un alibi, con la scusa di certi affari urgenti.
Ma evidentemente le cose erano andate diversamente, forse la situazione era sfuggita di mano ai due rapinatori improvvisati, e davanti alle urla delle vittime e alla loro violenta reazione, i due avevano esagerato con i colpi, finendo con l’ammazzare l’intera famiglia.
Naturalmente, messo davanti alla storia imbastita dalla sua ex amante, Pippo negò tutto decisamente. Quella era una pazza isterica, aveva avuto tantissimi problemi anche psicologici prima che lui la incontrasse. Era stata seviziata dal primo marito, era venuta in città per fare la cameriera ma era stata oggetto di ricatti sessuali dal suo datore di lavoro. Secondo il Ricciardi, la Fort non aveva sopportato di essere stata scaricata anche da lui (che le era apparso come l’ultima salvezza), e si era voluta tremendamente vendicare sulla moglie e i figli.
Nel frattempo, la Polizia iniziò anche ad indagare nel quartiere e nelle amicizie di Pippo Ricciardi, per scoprire chi mai fosse il “famoso” Carmelo, che la Fort non conosceva se non di vista e di cui, comunque, non sapeva dare esatte generalità.
Ne vennero scovati cinque di Carmelo, amici o parenti del vedovo. Ma solo uno, alla fine, fu identificato come il complice della Fort: Carmelo Zappulla, all’anagrafe Giuseppe.
E così, al termine delle indagini condotte dalla Questura di Milano, a  San Vittore entrarono la Fort e Carmelo Zappulla, quali esecutori materiali, e Pippo Ricciardi, quale mandante del delitto.
rina fort san gregorio milano belvaIl giorno 10 dicembre il magistrato autorizzò finalmente i funerali delle quattro vittime, che si svolsero il 14 dicembre alle due del pomeriggio, nella chiesa di San Gioachino. Alle esequie parteciparono alcune autorità e anche il Sindaco. Successivamente alla funzione, le bare furono trasportate alla Stazione Centrale e caricate su un treno diretto a Catania, dove vennero infine inumate.
Il giorno 15 il Nuovo Corriere della Sera pubblicò l’ultimo articolo sulla vicenda, riportando la cronaca del funerale.
Dovette passare un anno e mezzo, prima che Zappulla e Ricciardi venissero scarcerati perchè totalmente estranei al delitto di via San Gregorio. L’unica assassina che veniva rinviata a giudizio era, dopo l’espletamento delle dovute indagini, Caterina Fort.


Il Processo

rina fort san gregorio marsicoLa mattina del 10 gennaio 1950 davanti alla corte d’Assise di Milano ebbe inizio il processo contro Caternia Fort, accusata di strage. Suo difensore era l’avvocato Antonio Marsico, che dall’esperienza pre-processuale trasse un interessante libretto (oggi di non facile reperibilità) che ebbe una certa fortuna, negli ambienti giudiziari, sulla fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta.
Preliminarmente fu affrontato il problema se accettare o meno la costituzione parte civile del Ricciardi, che voleva ottenere il risarcimento per la perdita dei suoi tre figli. Dal momento che l’istruttoria lo aveva scagionato, lo aveva cioè ritenuto estraneo a quel disegno criminoso sul quale puntava la difesa della Fort, fu accettata la sua costituzione, pur tra le proteste dell’avvocato della Fort e del pubblico assiepato dentro e fuori il Palazzo di Giustizia, che riteneva quell’uomo comunque spregevole e indegno padre di famiglia.
La prima domanda che venne rivolta a Caterina Fort fu se avesse o meno commesso i fatti di cui era imputata. Questa iniziò a raccontare ai giudici la storia di via San Gregorio: quella maledetta sera, la sera del 29 novembre, dopo aver preso accordi con Pippo per inscenare la rapina, era uscita, assieme ad una amica, dal pasticceria dove aveva trovato lavoro come commessa intorno alle 18 e 30. Rincasando, era stata affiancata dal fantomatico Carmelo in via Felice Casati, e da quello aveva accettato una sigaretta.
La Fort attribuiva a quella strana sigaretta (da lei definita “drogata”) il senso di stordimento che la avvolse, tanto violento da seguire imbambolata Carmelo, che la condusse, naturalmente, in via San Gregorio 40, dove erano accadute cose terribili, delle quali però lei non aveva memoria, se non fotogrammi sparpagliati e sconnessi.
Ricordava solo di aver colpito con tutte le sue forze la signora Franca, poi solo rumori e colpi dappertutto. Le pareva che nelle stanze vi fosse un altro uomo, forse un amico di Carmelo, ma non sapeva neppure descrivere questo presunto complice.
Era certa solo che ad un tratto si era ritrovata a terra semisvenuta, e che poi Carmelo l’aveva rianimata porgendole un bicchiere.
Poi se ne erano andati giù per le scale, lei si era nascosta per qualche tempo nella cantina dello stabile, ed infine, da sola, si era diretta alla propria abitazione. Lì, aveva avuto persino voglia di cenare, cucinando due uova al tegamino.
Subito il Presidente le contestò le discrepanze tra il racconto fatto in aula, e la deposizione che all’epoca aveva rilasciato presso gli uffici della Questura. Lei attribuì il fatto all’essere stata maltrattata dalla Polizia, di aver confessato dopo un interrogatorio durato quasi venti ore, in condizioni disumane e senza poter tenere testa ai violenti polizziotti.
Il difensore della Fort cercò di fare del suo meglio durante tutto il processo. Si tenga tuttavia presente che all’epoca dei fatti la partecipazione dell’avvocato durante le indagini preliminari era praticamente azzerata. Sotto la vigenza dell’art. 124 del codice di procedura penale (promulgato e pensato in epoca mussoliniana) l’istruttoria era infatti segreta, e ciò significava per l’avvocato difensore non poter assistere all’interrogatorio del sospettato, e neppure ad eventuali perizie, ricognizioni, confronti.
In ogni modo, pur conscio delle difficoltà, l’avvocato Marsico puntava a dimostrare che la Fort non era stata sola in quelle stanze maledette. Voleva provare che altri era quella sera con lei, forse proprio un complice affiancatole dal Ricciardi, secondo i suoi piani criminosi. E per fare ciò mise in luce un fatto fino ad allora abilmente ignorato dall’accusa. Durante il sopralluogo nei locali di San Gregorio, era stata rinvenuta una penna stilografica, che si era appurato non appartenere nè alla signora Pappalardo, nè al marito Ricciardi, nè, ovviamente, alla Fort. Quindi doveva essere di qualcuno che quella sera si era introdotto nell’appartamento assieme alla Fort, e che nel parapiglia l’aveva senz’altro smarrita.
Ma l’accusa sostenne che quella penna poteva benissimo essere caduta ad uno dei tanti (troppi) giornalisti e curiosi che si precipitarono nel locale la mattina dopo, prima che le forze dell’ordine potessero isolare e preservare la scena del delitto.
Altri testi furono ascoltati, per meglio chiarire il quadro della vicenda, ma non emersero nuovi o interessanti risvolti. Venne ascoltato il signor Vitali, che era stato il primo datore di lavoro della Fort, prima che questa finisse nelle braccia del Ricciardi. Si riuscì solo ad appurare che era stata anche la sua amante, il che non l’aiutò certo ad apparire sotto una luce migliore davanti ai giudici popolari.
Anche un conoscente della Fort, che lei sosteneva di aver incontrato la sera che andava a braccetto col Carmelo a compiere la mattanza, disse di averla sì incontrata, ma da sola, senza galanti accompagnatori. Si cercò poi di dimostrare che quest’ultima testimonianza, resa peraltro da un ragazzo all’epoca dei fatti minorenne, era stata forse “pilotata” dal padre, che non voleva rogne con la legge.
Insomma, nessuno pareva credere all’esistenza di complice: la Fort era veramente sola quella sera? Per la giustizia italiana la risposta era sì!
Ad avvalorare questa tesi, intervenne l’avvocato della vedova di quel Carmelo Zappulla, che, seppur innocente, era stato per mesi a San Vittore, e poi era morto poco dopo la scarcerazione.
Il difensore volle ripercorrerne il calvario, a partire dalla sera in cui, era la vigilia del Natale, venne portato in questura proprio a causa del suo nome, Carmelo, lo stesso che la Fort aveva attribuito al complice della sera del delitto.
Il grottesco della storia fu che Carmelo, messo in una stanza con altri personaggi (tra cui due poliziotti in borghese), non venne neppure riconosciuto dalla Fort come il suo complice: alla richiesta di indicare tra i presenti il complice Carmelo, lei additò con convinzione niente meno che uno dei poliziotti!
Poi però, portata in carcere e “informata” dalle voci delle compagne che il riconoscimento era andato male, chiese di poter ritrattare e ritentare (manco fosse una lotteria) il confronto all’americana. Questa volta indicò il Carmelo giusto, lo Zappulla appunto, che per quello scherzetto si era fatto 18 mesi di galera, prima di essere scarcerato con tante scuse.
La perizia psichiatrica svolta sulla Fort ad opera del professor Saporito aveva tolto di mezzo ogni dubbio: era sana di mente, e di una intelligenza superiore alla media. E dalle risultanze dell’istruttoria, era sola quella sera.
La difesa tuttavia voleva allora una risposta: di chi era il mazzo di chiavi e la penna stilografica rinvenuti nell’appartamento? Per forza dovevano essere di un complice, visto che non erano di Caterina Fort, nè del Ricciardi.
Tuttavia non vi fu mai data una risposta alla domanda.
La sentenza emessa dalla corte d’assise di Milano fu infatti la seguente: Canterina Fort era colpevole di omicidio volontario nei confronti della signora Franca e dei piccoli Giovanni, Giuseppina, Antonio, e di simulazione di reato per quanto riguardava la rapina e di calunnia a danno di Giuseppe “Carmelo” Zappulla. La condanna fu l’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e interdizione legale. In separato giudizio civile sarebbero poi state valutate le spese per i risarcimento danni.
La condannata rimase poco a San Vittore: presto fu trasferita nel carcere di Perugia.
Nel 1951 il processo venne nuovamente celebrato, dopo apposito ricorso per Cassazione, davanti alla Corte d’Assise di Bologna.
Si riproposero la audizioni di testimoni a favore della Fort, e si riavanzò l’accusa che la confessione della Fort, quella avvenuta in questura, fu il frutto di un interrogatorio disumano, lunghissimo, senza rispetto per la sua dignità; una situazione, insomma, che avrebbe spinto chiunque a confessare cose non commesse.
L’unico testimone che forse avrebbe potuto scagionare la “belva” era quel ragazzo che l’aveva incontrata la sera dell’omicidio, il Terzaghi. Ma ancora una volta confermò, pur tra molti “non ricordo, è passato troppo tempo”, che la Fort era sola, e che a lui, per quel che gli era parso, nessun uomo le camminava a fianco. Inutili furono le grida della Fort: “Ero accompagnata!!! E tu lo sai!”. Il teste fu invitato ad accomodarsi.
Fu ascoltato di nuovo il Ricciardi, ma la sua versione non si scostò da quella già sentita a Milano. Mai aveva mandato la Fort ad ammazzarle moglie e figli, e lui in quei giorni a Prato c’era andato per affari, non per un alibi o cose del genere.
Insomma, il processo di Bologna era semplicemente un “dejà vu”. L’unica scossa fu data dalla lamentela avanzata alla Camera dei Deputati dal Calamandrei, a causa dell’interrogatorio svoltosi in Questura. Ne seguì anche un’inchiesta e la solita polemica politica.
Il 9 aprile 1952 fu letta la condanna: ergastolo.
Caterina tornò nella casa di reclusione di Perugia, dalla quale scrisse molte lettere al suo avvocato. Tra le tante frasi, forse la più inquietante fu: “Non è la quantità della pena che mi spaventa. C’è una parte del delitto che non ho commesso e non voglio”.
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Epilogo

Il ricorso in Cassazione venne preso in esame il 25 novembre 1953. Purtroppo per la Fort, non vi fu alcun colpo di scena, e l’ergastolo, ancora una volta, venne confermato.
Rimase a Perugia fino al 1960, poi per motivi di salute, venne mandata a Trani, dal clima più mite.
Poi un’altro cambio di cella, questa volta a Firenze.
Il 12 febbraio 1975 (dopo quasi trent’anni di carcere) ottenne la Grazia per buona condotta dal Presidente della Repubblica.
Pochi mesi prima era morto Pippo Ricciardi.
Caterina Fort morì a Firenze, d’infarto, nel 1988. Trovò sepoltura in un cimitero toscano.
La sua ostinata ed ultima versione fu sempre quella di aver agito sotto la spinta materiale e morale di un complice del Ricciardi: Carmelo.
Ma quel Carmelo, per la storia e la giustizia italiana, non era mai esistito.

Bibliografia

Buzzati, D., Cronache nere, a cura di O. Del Buono, 1989;
rina fort san gregorio de matteo
Cecchini L., Dieci grandi processi di amore e morte, 1965;
De Matteo G., Contro Caterina Fort-testo stenografico della requisitoria, 1950;
Del Buono O., Boatti G., Rina Fort: due uova dopo la strage, 1989;
Fasanotti P.M., Gandus V., Mambo italiano, 2000;
Marsico A., Il delitto di Rina Fort, gli insegnamenti del suo processo, 1949;

Si leggano inoltre, per un buon resoconto della cronaca di quei concitati giorni, le seconde pagine del “Nuovo Corriere della Sera”, dal 1° dicembre al 14 dicembre 1946.

mauro colombo
 gennaio 2004 
ultimo aggiornamento: novembre 2014